Roma, l’obbligo di dare un ordine al Caos

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Se com’è vero che l’oscurità della Storia è fatta di cicli e stravolgimenti, Roma rappresenta chiaramente il suo ultimo goccio di gioia spremuta. Ieri una delle culle della Civiltà Occidentale, conquistatrice di territori e in moltissimi campi/discipline sempre la prima ad arrivare, nonché madre di quella società repubblicana floridamente impostata e nata sulla scia della letteratura degli exempla, Oggi è la copia ridicola e ridicolizzata di sé stessa in un mondo/apparato per forza di cose rovesciato, sia nel mercato economico che, parallelamente, in quelle che sono le voluttà dell’individuo, le sue comunicazioni, le direzioni della sua personalità. Se da una parte c’è stata una sorta di benefica (?) e “progressiva liberazione” del civis (“cittadino”) da quei vincoli che lo legavano a strutture sociali più ampie come la famiglia e lo Stato (la famosa res publica o “patrimonio comune”), viste come costellazioni di riferimento a cui appartenere e per cui vivere a dispetto dell’espressione totale della propria individualità, dall’altra il valore educativo delle virtus (da “vir”, “qualità di chi è uomo”) è andato sempre più sbiadendo, perdendo colore nell’oblio del disfacimento morale (oramai l’unica morale da salvare è nel sottosuolo, da attraversare [indagare], non percorribile senza disarmi) e di una degenerazione socio(psico)logica che nel quadro attuale-contemporaneo si autoritrae fieramente. L’individuo, a suo modo, è tanto più libero quanto più schiavo di sé, assoggettato a certe dinamiche di pregno egoismo latente alla ricerca dell’autocompiacimento più in/sano, a certi meccanismi automatici che lo rendono ignorante di un’ignoranza che non sa (ignorare) ma solo attirare e sedurre, mosso da certe vibrazioni innaturali che lo portano ad inquinarsi intellettualmente e ad autoviolentarsi senza alcun dolore. Nel fare-per-sopravvivere quotidiano, la rassegnazione prevale sul coraggio e la Crisi non diventa solamente economica e radice esclusiva della Politica, che dal canto suo parole come incorruttibilità, classe, semplicità ed efficacia – nel complesso discorso sulla “dedizione al bene comune sino al punto di soffocare ogni privato sentimento”– non le conosce per inclinazione, inghiottita com’è dall’ottica sempreviva che “l’unità deve prendere irrimediabilmente i connotati terribili dell’intero corpo”.

Dentro tutto questo caos Roma non ordina niente (esiste anche un ordine nel Caos), non tampona alcuna fuoriuscita laida e fatale, non passa al setaccio neanche quello che può rimanere, da cui si deve ripartire. Nascondendosi dietro il muro del “non fattibile”, dell’abulia trascinata avanti dall’inerzia, acconsente alle proprie debolezze verso una parabola discendente che ferisce sempre di più il suo ruolo di interprete, non elevato a costante di funzione ma ridotto a mero ricordo di bellezza, la stessa bellezza che sembra essere un vizio dimenticato nel tempo. Una città difficile da governare tanto quanto impossibile da non migliorare, caratterizzare ancora di più. Futuro e progresso dovrebbero confluire in una corrente sola e distaccata: “antichità moderna” è l’ossimoro chiave, il topic di una pianificazione che vedrebbe la costruzione di opere pubbliche e di un fianco modernissimo lontano dal centro storico, azzardando una “Nuova Roma”, dove vecchio e nuovo si miscelerebbero per dar vita a una soluzione senza eguali. All’EUR, a questo proposito, si sono visti i primi timidissimi accenni di quello che utopisticamente (forse) potrà essere con la Torre Eurosky e la Torre Europarco (il primo è l’edificio più alto di tutta la città) che, però, non rappresentano altro che dei cacatoi architettonici tirati su in mezzo al nulla senza un minimo di progetto visivo circostante, oltreché simboli poco originali di un’americanizzazione tutta all’italiana insipida e priva di un’identità nello stile/nelle idee. In aggiunta, una riqualificazione necessaria del paesaggio (ad oggi l’AMA, insieme all’ATAC, per la sua inefficienza, appare come un’associazione a delinquere) che oltre a non dover accogliere cumuli di mondezza dovrebbe essere anche più curato esteticamente (prati, piante, giardini floreali e non grovigli di erbacce e alberi maltrattati, illuminazione prorompente e non il mezzo buio che ultimamente popola anche alla vista di un panorama notturno); seguono poi la messa al bando dell’asfalto di qualità zero, reo di tutte le buche e voragini che, dopo un acquazzone, sorgono come ci avessero bombardato, oltre al fatto che vanno ad ingigantire il problema noto a tutti del mal-andamento delle fogne e dell’allagamento delle strade; una politica mirata che vada ad incentivare il turismo del divertimento, oramai una realtà (per quanto discutibile) troppo inserita da non essere presa in considerazione (le serate sono sempre le stesse, cambia solo il titolo in locandina): la movida romana, in larga media, rispetto a quella delle altre grandi città estere, per un motivo od un altro risulta molto ripetitiva oltreché poco regolarizzata quando diventa il nucleo/ritrovo di tutta la (pseudo)criminalità e disordini vari; la trasmissione aprioristica di un amore autentico verso la città che non solleciti l’opposizione politica e i suoi elettori a festeggiare voracemente se il Sindaco lascia il proprio incarico, che con lo stesso amore dovrebbe (o avrebbe dovuto) agire in nome dell’Unione e del-farsi-amare-in-qualche-modo, evitare di alimentare odio gratuito, lanciare dichiarazioni spocchiose, farsi invorticare in trappole mediatiche: in un Paese dove fare politica e rispondere alla politica degli altri assomiglia molto a un tran-tran circense, non saper usare con intelligenza la propria Presunzione è l’errore più grande che possa fare un sindaco di una città così tanto permalosa; un re-incivilimento dell’organismo periferico/borghese a livello di pensiero dominante nonché un indirizzamento culturale ideologicamente sganciato da qualsiasi impurità politica, che porti alla formazione di una coscienza che agisca attraverso una lucida analisi del secolo in cui soprav(vive), dove l’azione con la disper-azione rappresenti l’unico riflesso possibile in grado di procreare un quid che urli un po’ di Ragione.

Tutte sfumature volte a rendere l’immagine più nitida, appetibile, tutti fori che nella ragnatela della Modernità appaiono come fessure imprescindibili, perché per andare Avanti non basterà sbirciare con indifferenza la Fine che bussa alla porta: bisognerà aprirle, farsi prendere, abbracciare e rendere ancora possibile la poesia, come quel campione che nonostante l’età riesce a trovare la rete perché non invecchia mai e che, per l’Eterno, ancora adesso, non ha smesso mai di giocare.

 

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