Rinascite di Olmo Amato

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Tutte le cose della vita che sono esistite un tempo tendono a ricrearsi.

Marcel Proust

L’orizzonte su cui opera la fotografia digitale ha permesso ad una certa parte dell’immaginazione – quella che nei tempi antichi gorgogliava nelle cosmogonie, nelle mitopoiesi e nella favolistica – di sconfinare finalmente nel reale, arrivando a concretizzare nel visivo ciò che nei secoli abbiamo chiamato fantasia. L’operazione di scavalcare o di ricombinare la realtà attraverso l’utilizzo del software, per la quale molti fautori dello scatto-verità storcono oggi la bocca, segna quindi un vero e proprio punto di rottura sul percorso che dal dagherrotipo – zigzagando a caso e trasversalmente a tutte le avanguardie tra Man Ray, Capa, Bresson, Woodman e Fontana – giungeva al digitale, facendo di fatto deragliare la fotografia dal suo proposito primitivo: quello di testimoniare il reale così-com’è o l’irrazionale così-come-appare, ma sempre plasmando il materiale immediatamente davanti alla macchina da presa o un supporto (la pellicola) dotato di una propria materialità. All’incontro con quell’atomo di un mondo nel mondo che è il pixel e di fronte al moltiplicarsi della sua risoluzione, su certi pannelli chiamati schermi oggi la fotografia (che significa scrivere-con-la-luce e, ovviamente, il pixel è luce) può sconfinare nell’irreale, nella commistione di materiali eterogenei, senza perdere né di verosimiglianza né di potenza interpretativa. Così, più di centocinquanta anni dopo i primi esperimenti – taglierino e forbici alla mano – di quel Rejlander che nel suo The Two Ways of Life metteva assieme trenta stampe all’albume per la sua personalissima allegoria di vizi e virtù, Olmo Amato fa rivivere, con un collage digitale che ricolloca in sterminate distese naturali, boschi a perdita d’occhio e grotte – loci amoeni – uomini e donne fin de siècle presi dalle digitalizzazioni della Library of Congress a Washington D.C.. Capita allora di rimaner vittime dell’illusione di veder rinascere, sul nuovo ordito digitale, gli stessi personaggi che Lartigue o Stieglitz avrebbero a loro tempo fotografato; o di veder perse in una landa nordica, sotto l’ombrellino, certe dame dipinte da James Tissot; di incontrare di nuovo, correndo nei boschi, bimbi aristocratici delle terre di Combray o certi avventurieri e globetrotter dell’estetismo inglese. Si assiste dunque ad una sovrapposizione di tempi, di epoche, a delle indiscutibili rinascite in grado di ampliare e dilatare, oltre i limiti del tempo, la percezione del mondo: l’incantesimo è completo.

Andrea Gatopoulos

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Galleria completa su www.olmoamato.it

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