Le parole sono importanti: pantagruelico

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La genialità di alcune creazioni artistiche appare del tutto evidente quando alcuni elementi costitutivi delle stesse trascendono l’opera che su di essi è costruita e diventano parte della cultura corrente. È il caso, per esempio, di una situazione grottesca e angosciante che viene definita “kafkiana”, o di quel brivido d’ansia che assale chi comincia a farsi una doccia pensando alla scena culminante di Psyco. La parola di oggi appartiene precisamente a questa categoria: si tratta dell’aggettivo PANTAGRUELICO.

Nel 1532 il noto umanista francese François Rabelais (Chinon, 4 febbraio 1494 – Parigi, 9 aprile 1553) diede alle stampe il romanzo Gli orribili e spaventosi fatti e prodezze del molto rinomato Pantagruel re dei Dipsodi, figlio del gran gigante Gargantua. La vicenda in esso narrata viene attribuita a Mastro Alcofribas Nasier, un semplice anagramma dell’effettivo nome dell’autore. L’opera, che vanta uno spettacolare ventaglio stilistico e lessicale, narra le vicende del gigante Pantagruel, figlio di Gargantua e di Babedec. Quest’ultima muore di parto, e Pantagruel riceve un’educazione di stampo moderno. Cresciuto, si reca a Parigi e stringe amicizia col chierico Panurge, che rimarrà suo fedele compagno d’avventura. In seguito i due si trovano a dover difendere Utopia dall’invasione dei Dipsodi, e per far ciò Pantagruel sfodera la sua lingua smisurata usandola a mo’ di ombrello per riparare le truppe amiche dalla pioggia. Il narratore ne approfitta per entrare nella sua bocca gigantesca, dove trova boschi e campi curati dalle popolazioni locali.
Il romanzo conobbe un successo notevole, così l’autore decise di pubblicare nel 1534 una seconda narrazione, incentrata sul personaggio di Gargantua, padre di Pantagruel. Anche questa pubblicazione andò a ruba, e Rabelais non esitò a scrivere altri tre romanzi, pubblicati poi tra il 1546 e il 1564, in cui narrò il ciclo completo delle avventure di Pantagruel (queste sono principalmente dovute alla volontà del suo amico Panurge di cercare moglie). La raccolta finale si compone dunque di cinque romanzi, i quali, nonostante l’inserimento nell’Indice dei Libri Proibiti, deliziarono e continuano tutt’oggi a deliziare gli appassionati di letteratura francese. La straordinaria varietà di stili e di registri linguistici, lo spirito arguto e l’eccezionale fantasia fanno di quest’opera un esempio di letteratura più che mai pirotecnica e spericolata, tanto che Rabelais fu poi definito da Balzac come “il più grande spirito dell’età moderna”.
Uno dei pilastri di tutta la raccolta è la caratterizzazione del protagonista, che viene continuamente descritto come un gigante dotato sì di una forza immensa, ma soprattutto di un insaziabile, famelico e di fatto ossessivo appetito. Pertanto l’aggettivo “pantagruelico” designa un banchetto copioso e condiviso in buona compagnia, in cui abbondano cibo e alcol. Non a caso il ciclo di romanzi si conclude con il responso dell’Oracolo dell’Isola sonante:”Trinch!” (“bevi!” in inglese antico). Come specifica lo stesso autore nel primo capitolo del primo libro, “potete vedere sempre pantagruelizzando, vale a dire bevendo di gusto e leggendo le antiche gesta di Pantagruele”. Più in generale, l’aggettivo pantagruelico ha a che fare con tutto ciò che riguarda una fame smisurata, che può essere placata solo con un pasto abbondante e godereccio. Ad esempio Carlo Emilio Gadda parla di un appetito pantagruelico che affligge uno dei tipici personaggi piccolo – borghesi descritti ne “L’adalgisa”.
L’aspetto interessante di tutta questa faccenda è che Rabelais non sembrava del tutto  inconsapevole del fatto che il suo ciclo di romanzi avrebbe profondamente influenzato la cultura dei secoli seguenti. Viene perciò da chiedersi dove cominci la consapevolezza di un artista di aver creato o di stare creando un’opera che sopravviverà a secoli di storia e che entrerà a far parte con prepotenza della stratificazione culturale occidentale, e soprattutto se tale consapevolezza influenzi l’effettivo valore della creazione artistica. Perché se da un lato non ci si può ritenere grandi scrittori perché si è scritta una poesia in rima baciata o musicisti immortali perché si sanno suonare un po’ di accordi sulla chitarra, dall’altra non si può negare che all’inizio del sentiero che conduce all’affermazione artistica è posta una grande insegna: “credi in quello che fai”. Perché se non lo fai tu non è detto che gli altri lo facciano per te.

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