Le parole sono importanti: Palinodìa

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A dispetto di quanto accade oggi, momento storico in cui la libertà di esprimersi spesso soppianta la capacità di riconoscere i propri errori, la ritrattazione di tesi sostenute in precedenza è una pratica strettamente connessa con la cultura occidentale, al punto da godere di una propria tradizione letteraria. Oggi parliamo dunque di palinodìa.
Il termine palinodìa nasce dalla fusione di due vocaboli greci: l’avverbio “pálin”, “all’indietro”, e il sostantivo “õdé”, “canto”. Secondo la definizione fornita dal lessico Suda (enciclopedia bizantina datata al X secolo dopo Cristo riguardante l’antico mondo mediterraneo) la palinodia è “canto opposto, cioè dire il contrario di quanto detto prima”. Si tratta dunque di un componimento letterario in versi con cui l’autore intende ritirare una precedente affermazione.
La palinodia più antica a noi pervenuta è attribuita a Stesicoro, poeta greco siceliota vissuto a cavallo tra il VII e il VI secolo avanti Cristo; al testo in questione fanno riferimento Gorgia ne “L’Encomio di Elena” e Platone nel “Fedro”. Entrambi affermano che “Palinodìa” è il titolo di un’elegia in cui Stesicoro, punito con la cecità da Era per aver insultato Elena (da lui ritenuta responsabile ultima della guerra di Troia) capisce l’errore commesso e chiede perdono: ritira quanto detto in precedenza e narra il mito troiano riferendosi ad una versione meno diffusa dello stesso, secondo la quale ad andare a Troia con Paride non sarebbe stata Elena, ma una sua immagine fittizia. La vera Elena sarebbe stata invece trasportata in Egitto presso la corte di Proteo, al fine di essere tenuta al sicuro durante gli anni della guerra.
Dell’elegia di Stesicoro non ci resta più di un breve frammento, che risulta però assai poco equivocabile: ”In tutta questa storia, non c’è nulla di vero: /tu non andasti mai sulle navi compatte, /agli spalti di Troia tu non giungesti mai”. In seguito, questa stessa versione del ratto di Elena è stata proposta da Euripide nella tragedia “Elena”.
Nei secoli successivi, la palinodia ha perso la sua iniziale radice di sincera ritrattazione a favore di tinture ironiche e sarcastiche: è il caso del componimento leopardiano “Palinodia al Marchese Gino Capponi”. Quest’ultimo, senatore di orientamento cattolico – liberale presso lo stato toscano e appassionato studioso di storia, rappresentò all’epoca una delle massime espressioni della fiducia borghese nel progresso umano e nell’autoregolamentazione del mercato, un mito di cui il XIX secolo è profondamente impregnato. Fingendo, attraverso un’ironia molto simile a quella di Parini, di ritirare le sue critiche alla tesi del crescente benessere sociale, Leopardi individua in realtà quelli che saranno i pericoli della futura società di massa: lo strapotere della tecnologia, la potente influenza dei mezzi di comunicazione di massa e l’assoluta inerzia della legge di fronte alla supremazia economica. Un caso decisamente curioso: un testo dal contenuto a dir poco profetico che si presenta inizialmente come un ritiro delle proprie affermazioni. Ma ciò non toglie che la palinodia andrebbe riscoperta nella sua forma originale: riconoscere i propri errori è il primo e più importante passo per iniziare a correggerli. E nel caos dell’informazione contemporanea, sembra che ammettere di essersi sbagliati stia diventando sempre più difficile, se non impossibile.

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