Nausicaä della Valle del vento

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“… e fra loro Nausicaä braccio bianco il canto intonava…

con le ninfe, con le figlie di Zeus egioco, abitatrici dei campi

scherzano… lei più alto di tutte leva il capo e la fronte,

e si distingue assai bene”.

– Omero, “Odissea” –

Sul sentiero ben tracciato della lungimiranza della Lucky Red, volta alla riproposizione ad intervalli più o meno regolari dell’opera di Miyazaki Hayao (da segnalare, inoltre, in relativa concomitanza, la pubblicazione su DVD di buona parte del catalogo dell’autore nipponico), incontriamo oggi “Nausicaa della Valle del vento”, lungometraggio datato 1984, opera seconda e lavoro apripista – di lì ad un anno – per i fasti a venire dell’arcinoto Studio Ghibli.

Trasfuso da vicende e personaggi appartenenti ad un manga realizzato a partire dal 1982 dallo stesso Miyazaki e portato a termine oltre un decennio dopo lungo linee di riflessione improntate ad un più amaro scetticismo; coacervo di suggestioni disparate in cerca di superiore composizione a cavallo tra reminiscenze classiche ed echi d’una antica tradizione letteraria, “Nausicaä”, il film, prodotto, ed è indicativo rilevarlo, dall’altro, elusivo, genius loci del Ghibli, Takahata Isao, comincia con quella che può essere considerata una dichiarazione di poetica tanto semplice quanto esplicita, espressa per il tramite di uno dei suoi elementi fondativi e ricorrenti in grado di percorrere in lungo e in largo una carriera pluridecennale fino al suo (apparente?) epilogo, vecchio, oramai, quest’ultimo, già di un anno: il turbinio del vento. “In principio era il vento”, si potrebbe cioè affermare, e seguendo l’inerzia di questo mutevole confine di per sé inafferrabile e soggetto a continue perturbazioni (come anche capriccioso e irriverente, tale da spingersi nel suo gioco assoluto a lasciare addirittura intuire le nudità della protagonista), provare a cercare e ad isolare ricorrenze (le mascherine dei piloti, per dire, scimmiottano qui, anticipandolo, il grugno suino di “Porco Rosso”), analogie, ingenuità, slanci, ossessioni, di un uomo (e di un Cinema) che, al di là di qualunque giudizio contingente – questo, in primis – sin dall’inizio s’è mostrato persuaso del fatto che la fantasia non fosse solo un tentativo sovente disperato di evasione nei confronti della cosiddetta realtà – ossia, per quanto sublime, una forma di rassegnazione, di resa – ma, al contrario, quanto essa spiccasse per l’insana sua impertinenza di porsi come osservatorio privilegiato dal quale stilare resoconti inediti – e, si badi, non necessariamente benevoli o tranquillizzanti – di essa, allo scopo di arricchirne la consapevolezza negl’individui e, per certi versi, di conseguenza, migliorarla nel suo insieme.

In tale contesto, la figura di Nausicaä, giovane Principessa di un piccolo regno incuneato tra i monti (in evidente conformità con la tipica orografia insulare del sol levante), miracolosamente messo al riparo da una provvidenziale brezza avversa ai miasmi che avvelenano, oltre mille anni dopo i terribili “Sette giorni di Fuoco” (catastrofe con ogni probabilità scaturita da un conflitto su scala globale), ciò che resta di un pianeta morente, la Terra (qui chiamata ancora, tra nostalgia e afflizione, “Madre Terra”), stupidamente retrocessa dagli uomini superstiti in lotta per una supremazia tutta congetturale ad organismo inerte, inabile a rinnovarsi e quindi, ancora e di nuovo, guardata nell’ottica di un’ennesima e suicida prospettiva di sottomissione, si staglia da subito nella dimensione di un prototipo umano/superumano (Nausicaä, nel caso, incarna ignara le fattezze di un messianico avvento, un insperato fenomeno futuro) con gli anni variamente sbozzato e via via definito dalla mano del Nostro entro il calco di posteriori approssimazioni, a comporre, idealmente, le sembianze di un’indole costante nelle sue diverse personificazioni, tanto eroica quanto, nel suo trasporto e nelle sue contraddizioni, paradossalmente, terrena. Parliamo, in sintesi, di giovani o giovanissime donne (mentre, in filigrana e per quanto in modo rozzo, avviciniamo l’universo interiore dell’uomo/artista Miyazaki) a volte splendidamente in bilico fra testardaggine e una abnegazione tutta femminile; tra empatia ed intraprendenza (“Non avere paura”; “Non uccidere ancora”, ripete più volte l’avveduta ragazzina); tra comprensione e fermezza, improntitudine e precoce lungimiranza. Parliamo di persone, altresì, sempre e comunque curiose del mondo perché ad esso unite dal legame privilegiato e primigenio della Vita intesa innanzitutto come premura per la stessa; coraggiose e temerarie al limite dell’imprudenza o sull’orlo del sacrificio personale: come che sia capaci di compassione e aperte all’Altro per amor di conoscenza e per istinto.

Nessuno stupore, perciò, se Nausicaä palesa, al modo di un’impronta genetica, caratteri che all’occhio complice del successivo magistero miyazakiano risultano piacevolmente familiari, costituendo il primo tassello psicologico di una lunga copia di coscienze – alcune volte chiamate dal proprio lignaggio o da un marchio anomalo del destino; talaltre quasi trascinate nel cuore di avventure che si muovono in alternanza tra il passo meditato dell’itinerario intimo e la cadenza energica dell’incedere picaresco – segnate magari da un’infanzia stranita da ombre dolorose (in tale interludio per l’appunto non così fatato, Nausicaä sperimenta la durezza degli adulti e matura il suo vincolo psichico con gli Ohmu giganteschi insetti-custodi fraintesi nel loro proteggere, rendendolo possibile, il nuovo corso biologico del pianeta) le quali, a loro volta, plasmano individui scissi tra un idealismo intransigente e un contrastato desiderio di ambire ad un posto consono nel mondo. In particolare, colpisce nel film, per chiarezza d’intenti e lucidità della loro messa-in-opera, la sensibilità fuori dal comune della Principessa-bambina, votata corpo e anima alla causa prima della comunione armonica tra esseri viventi. Nausicaä, infatti, più di tutti i suoi pari sapienssente (più che comprende) le forze ricostituenti della Natura concepita eminentemente come Physis/Corpo Vivente; avverte lo scorrere dell’acqua/linfa nuova negli alberi della Foresta Sotterranea; percepisce lo sforzo curativo delle pseudo-nematoidi/appendici dorate degli Ohmu al momento di avvolgerla e sondarla: tutto in un raro esempio di prossimità – pressoché priva di attrito – tra organismi senzienti, un portato della quale sono, in un delicato frangente, timide lacrime di gioia, a testimonianza di quell’animismo totale sotterraneamente profuso dall’uomo di Tokio nel proprio lavoro (e di cui avevamo già fatto cenno altrove) e che, al suo sommo grado, ventila il raggiungimento di un equilibrio duraturo e salvifico in un leale scambio reciproco uomo-ambiente; svela la trama segreta (nei fatti, spesso e volentieri negletta) di un’identità condivisa dagli esseri che è prima di tutto fisica (quindi fragile, cioè da accudire, cioè già, nella sua essenza, di valenza spirituale), quell’impercettibile filo rosso (anima mundi?) che dischiude il senso nascosto di una metonimia primaria legando doppio l’Uomo al Mondo, Parte viva di un Tutto vivo. Su direttrici di base tracciate a formare uno schema siffatto, assume allora un altro aspetto anche il sotteso tema ecologista, nel senso che, almeno ai suoi prodromi, esso non implica in via esclusiva l’adozione di un punto di vista (e, a seguire, di una prassi) meramente conservativo (a ben vedere, spesso e più in generale, non esente da quell’ottimismo della volontà più consolatorio che efficace) bensì un atteggiamento, una terza via, diciamo così, più sofferta ma radicale, situabile in posizione tangenziale tra il predetto afflato finalizzato ad una ricomposizione a lungo termine dello iato Uomo/Natura e un impulso, misto di consapevolezza, fatalismo e accettazione, che punta con una qual fiducia – anzi, disponendosi quasi ad una grata aspettazione – su un’eventuale palingenesi naturale rigenerativa (“La razza umana potrebbe anche sparire dalla faccia della Terra”, avverte la Somma Anziana – fisiognomica senile che ha già qualcosa, tanto per rimanere alle somiglianze anticipate, della Yubaba de “La città incantata” -) volta ad assecondare le spinte anche distruttrici tese a sostituire un ordo rerum agonizzante (sommovimenti vieppiù sollecitati dalle esalazioni tossiche delle spore spongiforme del “Mare Marcio”) con uno come costretto a nascere dalla decomposizione del primo.

Ciò che sorprende davvero, in ogni caso, ed ancor oggi, ad oltre trent’anni di distanza, continuando a diffondere il fascino di una pressoché intatta meraviglia, è la relativa facilità, spontaneità, misura, con cui argomenti complicati (di certo ambivalenti) che vanno dal già detto scrupolo ecologista, al respiro sordo ma costante di una Fine sempre imminente o, e non appaia un controsenso, persino accaduta diverse volte al punto da sedimentare – una sconfitta dopo l’altra, verrebbe da aggiungere – grumi neri di se’ nell’animo di ognuno; dalla diffidente o perlomeno cauta interazione con la Tecnica, alla presa d’atto che un rapporto lucido con la Natura non può pretendere di risolversi in idillio; dai tormenti di una giovinezza talmente in anticipo nel suo volgersi in problematica età adulta da non rimare quasi mai con spensieratezza, ad una maturazione individuale che al termine del superamento di prove impegnative non di rado offre come ricompensa una variegata rosa di rinunce, si sposano ad una competenza artigianale, ad un ventaglio di scelte stilistiche, ad un microcosmo di forme in continua effervescenza, che di rado (ed a costi privati, come poi abbiamo appreso, non indifferenti) ha protratto il suo sforzo di perfettibilità su una linea temporale così lunga. In altre parole, al di la’ di certi schematismi narrativi, di alcune rigidità comportamentali e – qua e là – di una impercettibile macchinosità nella progressione dell’animazione (e per ciò che attiene l’edizione italiana, di talune, in apparenza ineliminabili, pesantezze lessicali), resta senza dubbio stupefacente in “Nausicaä” il connubio ottenuto da Miyazaki tra grazia e pignoleria; ricerca sistematica del dettaglio (anche scientifico) e squarci di puro lirismo cromatico e leggerezza di tratto (nel paesaggio: più deciso nel registro realistico, a privilegiare il pastello in quello onirico/sentimentale; nell’impalpabilità ialina dei cieli tersi; nell’opulenza compatta dei prati vergini; nel nitore denso delle distese desertiche; nei particolari degl’ingranaggi; negli stupori o nelle tristezze appena accennate); la capacità di far coesistere creature e oggetti diversi per origine e foggia in una sorta di felice e creativo anacronismo di gusto steampunk: gli enormi Ohmu, super tarli corazzati (anche loro a preconizzare o ad affiancare tanto le mega-larve pensanti di “Starship Troopers”, quanto l’incombenza monumentale delle misteriose creature di “Dune”) e i bastioni blandamente fortificati di piccoli villaggi simil-medievali; gli abiti e le armature in stile cavalleresco e i velivoli da battaglia che sfidano di pura stazza la gravità. Come pure scampoli di tecnologia avveniristica (i motori che alimentano le macchine volanti) a far da contraltare a reperti di archeologia industriale (gli schioppi a colpo singolo; i cingolati da guerra mondiale). E su tutto, ancora una volta, il vento (insieme alla malinconia anch’essa evoluente delle partiture di Joe Hisaishi – qui agli inizi della collaborazione con Miyazaki -) e la magia inesauribile del volo (il proto-aliante/ala volante di Nausicaä  come cugino meccanico del pellicano/pterodattilo arzachiano dell’amico Moebius), amore mai sfiorito di Hayao e corollario all’altrettanto infinito desiderio, infantile e ineffabile, di racchiudere per qualche istante, in un rapido colpo d’occhio, il vago orizzonte dell’immaginabile, prima che la Terra chiami di nuovo a sé per ridefinire e imporre, come sempre, pazientemente, i limiti del possibile.

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