Lo smartphone e l’invenzione del bisogno

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Sono gli anni della scrittura istantanea, dello smartphone al posto della mano. È un simbolo del fantomatico progresso, dello sviluppo materiale, ma l’azione nella sua genesi non cambia: tutti i movimenti della mano sono strettamente collegati al cervello. Davanti alla possibilità di avere un cervello a portata di mano, quindi, può avvenire uno scambio di posizione in cui non siamo più noi a comandare lo smartphone ma è lo smartphone a comandare noi. La società virtuale, grazie alle sue riflesse potenzialità, ha messo a nudo la tecnologia come un corpo che ha partorito una (seconda) quotidianità parallela, un linguaggio (nel linguaggio) non solo pratico ma soprattutto emotivo quando influisce sull’umore e sui rapporti trasformando l’umano da soggetto con l’oggetto a (s)oggetto dell’oggetto stesso. Dal gesto minimo che diventa automatico fino al dialogo che lo contiene, nello scorrere dei pensieri dove nessuno parla ma tutti credono di parlare, lo smartphone ha veramente avvicinato le persone o le ha solamente persuase che una vicinanza del genere fosse indispensabile? La tecnologia, nella sua forma di pericolosa dipendenza, ha dimostrato come l’intento legittimo del suo primo indirizzo abbia preso poi diramazioni verso quegli atteggiamenti compulsivi che oggi distinguono un buon uso del supporto sociale da un uso spropositato dell’arma contundente. Tanto per dire come, fra un rapporto e l’altro, lo smartphone abbia creato un’esigenza finta, quella del contatto continuo, che non solo appiattisce la forza del desiderio e idealizza l’autenticità delle impressioni, ma produce anche pretese prive di significato e particolari situazioni conflittuali, essendo quello scritto-istantaneo un linguaggio comunque fittizio e spesso frainteso. L’uomo e lo smartphone, una simbiosi ormai registrata che ripercorre lo stato dell’infanzia e lo proietta in eterno, dove l’oggetto-gioco è l’obiettivo e l’immaginario attraverso cui si sviluppa la personalità del bambino-adulto. Non è soltanto pura elevazione dalla noia, ma un vero e proprio ingresso in un mondo che nasce dall’interruzione e procede come leitmotiv di un’alterazione infantile, di un processo di sostituzione/sospensione, e che s’incastra verticalmente nella realtà orizzontale tanto da creare una piccola vetta, un punto d’osservazione più alto ma congiuntura immobile con una società che risponde agli impulsi nella misura in cui questi diventano bisogni del tutto inventati. Lontani dal voler demonizzare l’oggetto in sé, ma consapevoli che un qualunque parossismo sociale debba essere per forza la chiave e la conseguenza di ogni logica di mercato fruttifera, è purtroppo chiaro che ormai non c’è niente di più così sorprendente e disumano negli anni della mercificazione delle menti, del marketing delle emozioni, della sovrapproduzione artistica e di un’omologazione materiale che guarda al prodotto come una giostra su cui fare sempre un altro giro. La vittima non è solo la stretta quotidianità nelle sfumature delle sue (re)azioni abitudinarie ma anche la libertà d’espressione e la sua condizione d’esistenza nel quadro di un’annessa libertà temporale. Qui l’arma “del bambino” diventa radioattiva, rivela l’individuo saccente nella sua coscienza critica mediocre, vuole convincerlo che tutto quello che legge e che propone può arricchirlo culturalmente. Un individuo ingenuo, scandalizzato, non informato di più ma solamente accecato e ingrassato con chili di pappa mediatica alla brace. Fino alla notizia del giorno, l’edizione straordinaria. La vanità dell’ignoranza che assume le sembianze di un mostriciattolo e vuole mangiarci tutti, l’intelligenza che finisce nello stesso piatto e vuole la sua parte a tutti i costi. Sempre la solita solfa, sempre l’indignazione a far da orgasmo a una prestazione occasionale, sempre la riflessione a prostituirsi per un ruolo meno inutile. Uno zoo pieno di animali in gabbia. L’ansia e la gabbia, luci e ombre di un’architettura in comune, colonne di un palcoscenico senza ragione. Lo smartphone è acceso, noi abbassiamo la testa e guardiamo, ma lo spettacolo è sempre lo stesso. Giorno dopo giorno, culliamo l’illusione che tutto questo possa essere normale e che possa bastare al gioco della felicità più cretina, ma apparire è un niente che si ripete e quindi siamo più annoiati di prima.

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