L’Ignoranza inganna

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Quando per più disparati motivi in un corpo avviene una deformazione, spesso quella deformazione diventa la posizione naturale per eccellenza. Ne deriva così un difetto quasi inevitabile, un’abitudine continua all’errore, una tendenza alla scomodità a discapito del normale. Si immagini una vecchia con la schiena tanto curva che quando è in piedi disegna una L totalmente rovesciata, apparentemente elastica ma del tutto rigida. Anche quando sarà seduta, la sua schiena rimarrà immobile nelle coordinate che ha assunto, con la testa livellata poco sotto la gobba. E così succede nelle istituzioni politiche, nei sistemi sociali e perfino nelle storie d’amore. La struttura portante cambia aspetto, lascia spazio a spiragli che ne modificano la forza geometrica, che ne intaccano la coerenza dell’atteggiamento. Se la “condizione assunta” rimarrà a lungo andare la condizione presente, quel susseguirsi di anomalie create non diventeranno altro che logiche comuni, si direbbe “educate”, cavilli principali di una realtà nuova quanto pericolosamente gradita, plasmatrice di ogni intendersi, di qualunque rapporto/equazione vivente al suo interno. Tornare alla condizione originaria andrebbe contro le condizioni inflessibili del tempo, provocherebbe una certa disillusione fine a sé stessa, porterebbe al dubbio che una condizione originaria, forse, non è mai esistita.

Un esempio di dis-funzione sociale può essere dato da come una persona (la identificheremo come A), seppur in possesso di un’educazione alta e rispettabile, possa andare contro le restrizioni che essa le impone. In effetti, nell’assortimento delle opinioni quotidiane, l’irregolarità fra il detto e il fatto è una corrente sempre fluida e ricca di contraddizioni. Quest’ultime anche non volute, poiché essendo matrici di comportamenti derivanti e influenzati spesso da un unicum sistematico, investono l’azione umana ricoprendola di piccole ipocrisie e variegate menzogne di ogni tipo. L’ambiente-sistema, inteso come spazio umano capace di dare e ricevere input decisivi, alleva “i propri figli” trasmettendo loro ciò che lo rende inerme e a suo modo perverso. Se l’individuo è portato a non rispettare ciò che magari nella sua testa rispetterebbe, a violare ciò che con magra indignazione è solito professare con la sua morale più ingenua, è dato dalla carenza di supporto mentale che l’ambiente-sistema conferisce attraverso i suoi deficit socio-educativi più evidenti. Insomma, prendendo le sembianze di un vortice meschino, si discosta amaramente dal ruolo “affettivo” che dovrebbe assumere inter-scambiando modelli ed esempi prolifici, di reciproca e lucida complicità. Questo Paese è una delle dimostrazioni più endemiche di ciò che è stato appena scritto.

Accade inoltre, affianco e vertiginosamente disperso nell’aria, che nel circolo del Dire nonché del catalogare, nel momento fatidico in cui si espongono le nostre ragioni e le nostre idee più sentite, si creino dei dissensi eterni che vanno ad invertire ogni giudizio in serie e qualunque affinità comunicativa. In senso più vago si pensi a quando, con valore prettamente spregiativo, ci lamentiamo di quella che per definizione chiamiamo “gente”; quella stessa gente, nel suo contesto di elevazione, assegnerà quel “ruolo” proprio a noi, secondo congetture diverse quanto violente che confonderanno il nostro status fino a smontarlo. Accade, più semplicemente, che la voce della cultura possa entrare in conflitto con la vanità dell’ignoranza. Si prenda una persona B molto acculturata (in questo caso “umile”, incline all’ascolto e per certi versi debole) mentre discute intorno a un certo argomento con una persona C, decisamente più accesa nella discussione ma di fatto ignorante, di un pelo alfabetizzata. La persona C, seppur in torto e credendosi in possesso di un sapere superiore, capovolgerà le “qualifiche” in atto esprimendo a trecentosessanta gradi tutto il suo linguaggio/la sua indole saccente. La persona B si sentirà come violentata, fuori dal mondo, con le convinzioni strozzate in gola. La sua cultura è stata sconfitta perché esigeva un’interpretazione, necessitava della “famosa” comprensione, di una conoscenza e un’empatia approfondite. Tutte grandezze a cui la persona C non poteva arrivare e che ha captato come tanto estranee da ritenerle inconsiderabili. La persona C ha vinto.

Se dunque la cultura è un linguaggio “nascosto” e difficile da apprendere, da decodificare e soprattutto da contestualizzare, l’ignoranza è un linguaggio semprevivo quanto semplice da riproporre, accecante e facilmente trasmissibile. Fenomeno, questo, che sta investendo in larga parte anche l’uomo nel mondo delle arti, travolto come da un ictus che logora di continuo la sua capacità di comunicare a sé stesso/su sé stesso, aprendo vuoti incolmabili e regalando tesori/paradisi alla banalità-prodotto. Non c’è dunque da sorprendersi se la mediocrità risulta essere una delle posizioni più scontate del mondo, se contraddistingue i grandi poteri coi loro grandi guadagni, se sfocia nella violenza più sorda e scorre nell’informazione controllata che de-nutrisce gli individui più mirati. Se c’è, in poche parole, la stessa mediocrità a combatterla. Insieme alla signora Presunzione, quella geniale ma non creativa, è capace sia di smuovere le masse che di produrre le loro cancrene, i loro svenimenti più cauti e pericolosi, le loro impotenze appese come quadretti. Di fronte a questo girare difforme attorno all’Avvenire la Storia appare come la ruota di un carro che ripete sempre gli stessi trucchi, lungo un percorso di memoria che non insegna se non per mascherare, che ricorda solamente per progredire o creare enormi panorami fasulli. Noi ultramoderni – bestie fiere e nauseate – sappiamo almeno che per non restarci male, data l’impossibilità, non pretendere diventa la pretesa più sensata del nostro secolo.

 

 

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