L’epoca dei maiali informati

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Ormai è chiaro. Può cambiare la portata dell’evento, lo spazio dell’argomento e l’arcata temporale che lo trattiene, ma l’interesse dell’opinione pubblica sembra produrre sempre lo stesso linguaggio. Un linguaggio macinato, rappreso, che riempie tante bocche quante sono le aspettative su un pasto che prevede un piatto unico e completo. Sono formule linguistiche sintetiche, violente, che fanno parte di quella sintesi formale che ha investito la comunicazione del nuovo millennio, legata sempre più al numero, all’effetto, alla velocità, e quindi a un messaggio di vanità culturale. Sono formule fortunate e strategiche che un certo linguaggio politico utilizza per influenzare la massa e crearne un modello specifico, tanto che la politica intesa come dialogo ha preso ormai le sembianze di una partita di calcio tutta particolare, messa in scena in un teatro dove non ci sono porte e l’obiettivo non è segnare ma tirarsi le pallonate in faccia. L’individuo-spettatore sembra vivere così del proprio intimo, personalissimo “taglio del collo del maiale”, dove lo spettacolo raccapricciante dello schizzo del sangue non è poi così diverso dalla violenza sottile della parola che mette in atto una volta assorbito l’odio del linguaggio politico. È la partita dell’opposizione con la politica di attacco, del popolo che diventa opposizione con lo stesso impegno civico che è bravissima a fraintendere, e che vede nel “maiale informato” la propria manifestazione animale, per l’informazione che mangia e che defeca addosso all’altro.

Se poi voti così, se poi voti cosà, non ti lamentare se non cambiano le cose.

La maggior parte delle persone influenzate dalla parola “cambiamento” finiscono per seguire l’ipotesi di un cambiamento che neanche loro conoscono. Lo proiettano in un mondo su misura per la propria visione istantanea, quasi cinematografica, subito pronti a cambiare posto a sedere se la loro impressione non ne beneficia come dalle aspettative. Se infatti esiste un equivoco che democrazia, lavoro e consumismo hanno cucito giorno dopo giorno è quello legato allo spostamento dell’interesse reale dell’elettore medio, un interesse poco universale, di morale qualunquista, non politico ma viziato e profondamente utilitaristico. Consumare la propria felicità, la propria opinione e la propria intelligenza, è la condizione contemporanea al passaggio dall’essere un semplice «animale politico» al diventare per forza di cose una «bestia formata dalla società e dal potere». Se quindi anche l’atto linguistico diventa un atto consumistico, inteso come valore e dispersione del pensiero sensibile legato al piacere del possedere una verità personale, aggressiva e qualunquista, nel momento in cui l’interpretazione della realtà è affidata alla comunicazione sintetica della violenza, che inserisce la forza del linguaggio politico in un sistema linguistico oggettivamente fallimentare, ogni forma di protesta finisce per prendere la forma dello stesso potere che per reazione diventa una forma di protesta. Intorno al recinto nel quale si rincorrono cane e gatto, lo spazio degli altri animali è uno spazio di animo prettamente televisivo, in cui la coscienza critica diventa la prima merce del capitalismo sociale.

Se poi non voti, vergognati, e non ti lamentare se non cambiano le cose.

Nell’epoca dei “maiali informati”, dell’odio trasmesso quanto la musica, non resta che domandarsi se la politica intesa come linguaggio comune abbia ancora un significato o addirittura se l’abbia mai avuto. Dove la guerra dei corpi è servita a costruire la piramide del progresso, la guerra politica delle menti ha alimentato l’entrata del nulla creando una seconda violenza possibile, quella delle ideologie. La tentazione forte, fortissima, di non andare a votare si muove da qui, da quest’impossibilità del linguaggio di resistere alla propria morte. Perché è abbastanza scontato che la politica debba esistere in quanto pratica naturale, ma è solo nel linguaggio che vive la propria affermazione, è solo nel linguaggio che cambia la direzione di una cultura, è solo nel linguaggio che, senza accorgersene, un popolo scrive la propria Storia.

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