Le nebbie di Valville

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Allo status quo, il mondo dell’editoria nostrano appare come una sorta di mercato bizzarro dove a dominare da un lato troviamo libercoli del calibro di “Cinquanta sfumature di grigio”, dall’altro gli scritti di pseudo-intellettuali figli del pensiero unico quali De Luca o Saviano. Eppure, al netto dell’evidenza di un contesto quanto mai involuto, ogni tanto tra le macerie salta all’occhio – spesso per caso – un’opera che possiede in qualche misura ciò che i più amano definire spessore letterario.
Nello specifico sembra questo il caso de “Le nebbie di Valville”, quarto romanzo di Davide de Lucca, ambientato grossomodo al calare dell’ottocento in un paese fittizio – per l’appunto Valville – perennemente immerso nella foschia. L’ambientazione in costume, che potrebbe essere inizialmente vista come arma a doppio taglio, si rivela invece essere sorprendente per la piega che prende la narrazione, nella quale si alternano a più riprese ironia, suspense e colpi di scena: tutti elementi, questi, mai fine a sé stessi quanto più legati alle dinamiche psicologiche dei personaggi oltre che alle necessità drammaturgiche. In tal senso il romanzo in questione riprende molto dal linguaggio cinematografico contemporaneo, ad esempio, in ordine sparso: la struttura dei capitoli, che vanno intersecando e aggiungendo storie in una sorta di montaggio alternato che impegna la mente del lettore ancor più di quanto potrebbe fare con quella di un fruitore di un’opera audio-visiva; il cavallo dalla psicologia antropomorfa; il villain di turno che tra le altre cose ha a disposizione un monologo degno, con tutte le differenze del caso, del miglior Tarantino; le descrizioni, specie nei primi momenti, di ambienti e personaggi a mo’ di introduzione alla scena. Quindi ci troviamo di fronte ad una commistione di generi, quella che avviene tra le pagine del romanzo, che la penna di de Lucca non solo riesce a gestire e a dosare ma – e questo è un “dono” che fa la differenza – ad amalgamare e rielaborare in uno stile proprio.
“Le nebbie di Valville”, dunque, non è da premiare solo per la qualità che abbiamo riscontrato ma soprattutto per ciò che potrebbe rappresentare in un panorama desolato come appare essere quello contemporaneo ed in particolare italiano. Che a qualcuno possa venire in mente di farne un film?

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