L’atlante delle Isole remote – Recensione

Comments (1) Critica, Letteraria, Staff Picks

La fantasia è una cosa seria. Al punto che nell’elenco di ciò per cui vale la
pena vivere – accanto ad una riflessione lucida ma non distruttiva sulla Morte
e insieme al resto di quello che la sensibilità di ognuno considera degno
d’inclusione – un posto bisognerebbe sempre trovarglielo. Fantasia è, in
primis, invito al viaggio: e l’itinerario più semplice ma non per questo meno
suggestivo, da sempre si è tracciato sui territori individuati dalle
coordinate geografiche di una carta. Il gesto di riprodurre il mondo attraverso
la sua rappresentazione disegnata ha prodotto, poi, nei secoli, addirittura una
vera e propria forma d’arte: la cartografia, per l’appunto, divenuta ben presto
strumento di elezione per tutti coloro – i viaggiatori – che per i più
disparati motivi hanno imbrigliato (o definitivamente scatenato, chissà)
l’immaginazione in un impasto di chilometri, di miglia marine, di rotte, di
cammini e passaggi a spasso per Latitudini e Longitudini da percorrere avanti e
indietro, in alto e in basso, senza tregua, ma pure e soprattutto, forse, per
quelli – ed è una maggioranza all’interno della quale la stessa autrice del
testo di cui andiamo a parlare si colloca – che quella stessa immaginazione
potevano e possono solo continuare a tenere in vita scorrendo le dita e
stancando gli occhi su fogli colorati pieni di nomi, di distanze, di
altitudini, di profondità. Di desideri di più o meno agevole esprimibilità, in
fondo. E di ideali, magari sempre inseguiti ma di dubbia realizzazione. Di
proiezioni, insomma, talmente vaste, a volte, da non avere neanche un nome.

Compendio di tante pulsioni così contraddittorie perché così intime – a
diretto contatto, cioè, con una parte di noi che malvolentieri si palesa nel
molle lasciar andare quotidiano, eppure non lesina il suo lavorio nel profondo:
quello strano demone, a dire, a cui, genericamente, attribuiamo risoluzioni
improvvise e all’apparenza incoerenti; mutamenti d’umore repentini e
sconcertanti colpi di testa – è quell’anomalia geografica e sommamente
simbolica che è l'”isola”, in specie l’impercettibile punteggiatura di quelle
piccole e piccolissime (scherzi di terra o di ghiaccio) sperduta nella paziente
monotonia blu degli Oceani che la accoglie e al tempo la tiene in disparte,
quasi ad alimentare apposta – in una sorta di connubio tra indifferenza a
sarcasmo senza tempo – il nostro bisogno di considerare possibile l’eventualità
di un approdo. Proprio all’interno di tali direttrici fisiche ed emotive si
muove il volume proposto da Judith Shalansky (giovane designer e scrittrice
tedesca da Greifswald, città situata nel nord-est del paese riunito e che diede
tra l’altro i natali al pittore Caspar David Friedrich), “L’atlante delle Isole
remote”/”Atlas of the remote Islands”, dall’originale “Atlas der abgelegenen
Inseln”, compendio d’esplorazioni, di casuali epifanie, di ostinazioni, di
passioni sfrenate e di fallimenti, relativo ad una cinquantina di microscopici
punti sparsi nell’intero globo e a mollo nei Sette Mari. Dai Poli all’Equatore,
dunque; dalle propaggini infinitesimali di arcipelaghi e penisole poco battute,
a baldanzosi micro-bastioni che si ostinano a restare a galla come spiriti di
contraddizione in un “nulla” fatto di acqua. Del resto, come nota l’autrice,
proprio il concetto di “nulla”, se applicato al particolare universo delle
isole, si arricchisce paradossalmente di singolari sfumature che scimmiottano
nelle intenzioni di uomini mossi dai più vari intendimenti (da chi vuole “solo”
naufragare in un “posto circondato dall’acqua” a chi, stremato dalle chimere
della Civiltà, non vede l’ora di affrancarsene. Da chi, viceversa, vince
l’inerzia insita nella nozione di “terraferma” e mette alla prova se stesso, a
chi proietta oltremare ambizioni malriposte o irrealizzate di ricchezza o vaga
affermazione personale. Da chi conta di lasciare una traccia duratura del
proprio passaggio attraverso la fatica dell’esplorazione avventurosa, a chi
mettendo migliaia di miglia tra sé ed un ordine costituito fantastica di
edificarne uno a propria immagine e somiglianza o a misura di utopie
invariabilmente frustrate) gli attributi ben più corposi e cogenti della
cosiddetta “vita sociale”. E fermo restando l’ineludibile bagaglio di tristi
agnizioni, di scorate o furenti rassegnazioni, di muti stupori, al cospetto di
evidenze che la Natura, nella sua suprema indifferenza, squaderna, di fronte ad
occhi esterrefatti, senza la minima reticenza. Si rincorrono così, attraverso i
secoli, i commenti più disarmati e amari, frutti spesso di un soprassalto della
coscienza, tanto repentino quanto cocente, una mistura grottesca se a volte non
fosse anche tragica, di causticità e disillusione. Non di rado, nell'”Atlante”,
infatti, dopo il racconto di peripezie al limite dell’incolumità fisica e dello
straniamento psicologico, vengono riportate affermazioni che nella stanchezza
dell’istante arrivano a ridefinire l’avvilimento: “Quest’isola (Macquarie, un
migliaio di chilometri a Sud Ovest della Nuova Zelanda) non offre niente che
invogli a visitarla”, si legge. Certune vengono descritte, semplicemente,
inesorabilmente, “tristi”. Altre ancora appaiono come “un mucchio di fieno
mezzo bruciato, spento dalla pioggia che, non avendo la forza di tornare ad
ardere, riposa in una pioggia d’inchiostro”.

In aperta contraddizione col senso comune, poi, e con una notevole fetta del
nostro fantasticare ammorbidito dalla reiterazione che vuole “il mondo in
miniatura” laboratorio felice di coraggiosi esperimenti sociali, luogo
privilegiato di armonie realizzate, il libro della Shalansky suggerisce che
semmai, sovente, è vero il contrario. Ossia che proprio l'”isolamento” e la
lontananza consentiva (e, chissà, consente ancora) ai germi della
prevaricazione e dell’arbitrio di diffondersi quasi senza colpo ferire: uomini-
che-vollero-farsi-re all’ombra di sponde e insenature remote se ne trovano ai
quattro angoli della Terra con facilità relativa, dice Judith. Lontano dagli
occhi e dal cuore c’è – per dire – chi si e’ autoproclamato imperatore. Chi ha
rabberciato una sorta di tirannide tascabile. Chi ha commissionato test
nucleari e chi, un anno via l’altro, ha distrutto l’ecosistema che lo
circondava, finendo per distruggere se stesso (Rapa Nui/Isola di Pasqua).

Ingrediente non secondario di un testo come l'”Atlante” va ricercato nel
formato (cm 19×26 di solida brossura con margine di tessuto) ma soprattutto
nell’idea d’assieme di composizione stilistica – ricordiamo che la Shalansky e’
designer – che raccoglie le informazioni relative alle singole “escrescenze di
pietra” (tante volte di origine vulcanica) come un giornale di bordo o un
grosso taccuino di repertazione scientifica nel quale – con deliziosa acribia
temperata dalla dolcezza retrò nella scelta dei caratteri – viene annotato
sulla facciata di sinistra, il nome del luogo, la sua appartenenza,
l’estensione, la (eventuale) popolazione, le principali distanze dalle terre
emerse più prossime, la data della scoperta e il nome dello scopritore, con in
più un breve testo che ne riassume storia e specificità; mentre su quella di
destra – in un celeste pastello antico – si staglia la cartina vera e propria a
mo’ di tassello evidenziato sul continuum marino, con tanto di scala
chilometrica da zero a cinque chilometri. Almeno tre i dettagli incantevoli da
sottolineare: l’intestazione in alto a sinistra della posizione geografica
esatta (longitudine e latitudine); la riproduzione, in alto a destra, del globo
terrestre che sembra ruotare attorno ad un puntino nero fisso al centro che
individua proprio l’isola di cui si sta argomentando. E, infine, la
ricostruzione di una certa origine dei nomi, attribuiti spesso in una lingua e
riassegnati in un’altra, a seconda delle priorità degli arrivi, degli errori
più o meno in buona fede, delle dimenticanze, dei rovesci storici.

One Response to L’atlante delle Isole remote – Recensione

  1. Matteo Fordiani scrive:

    Delizioso, veramente delizioso, l’attenzione alla rilegatura è un feticismo da fiaba

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