Il Varco intervista Luca Serianni

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Noto linguista e filologo italiano, nonché autore di una rinomata grammatica di riferimento, Luca Serianni è professore ordinario di Storia della lingua Italiana presso l’Università ‘La Sapienza’ di Roma. Lo abbiamo incontrato per un confronto a tutto campo sui vari aspetti riguardanti la lingua, il suo ruolo e i cambiamenti a cui è soggetta all’interno della società.

A cura di Flavio Martella e Antonio Romagnoli

Per iniziare, alcune curiosità linguistiche: piè, sé stesso, negro.

Piè è un’apocope e si preferisce scriverlo con l’accento. Il fatto che derivi da piede, così come po’ deriva da poco, non basta a giustificare l’apostrofo che, nella tradizione italiana, indica abitualmente l’elisione e solo eccezionalmente l’apocope (appunto in po’ e nelle forme oggi letterarie de’ per “dei”, a’ per “ai” ecc.). Per lo stesso motivo non abbiamo dubbi nello scrivere le parole città e virtù con l’accento, sebbene derivino da virtude e cittade. Per quanto riguarda sé stesso, dal punto di vista normativo si può scegliere se mettere l’accento o no. Io sono fautore, da tempo, dell’opportunità di inserirlo perché, altrimenti, si creerebbe un’inutile eccezione. Le ragioni abitualmente addotte contro l’accento, in realtà, sono solamente consuetudini scolastiche fallaci, e non sono presenti nelle grammatiche più autorevoli e nei dizionari: da un lato si dice che quando c’è stesso/stessi non servirebbe l’accento perché non c’è la possibilità di confondere con la congiunzione; ma non è vero, dal momento che, per introdurre un’eventuale proposizione condizionale, si direbbe “se stessi male (chiamerei il medico)”. Dall’altro lato si dice che sé, in quanto protonico, cioè usato prima dell’accento, non deve ricevere l’accento grafico; ma con lo stesso criterio dovrei togliere l’accento all’avverbio là quando è seguito da un’altra parola (in là dietro l’accento cade sulla prima sillaba di dietro). Nero, negro o di colore? Qui il problema non è di correttezza linguistica, semmai di correttezza politica. Il termine negro viene avvertito come una forma squalificante, offensiva, e quindi è opportuno non usarlo. Si è abbastanza diffuso il termine nero, che rende inutile di colore, è un calco un po’ goffo, devo dire, della forma corrispondente inglese coloured, oltretutto tacciato anch’esso di non essere politically correct.

Quanto è importante nella lingua italiana – sia scritta che parlata – avere una significativa conoscenza della lingua latina?

Sicuramente è importante dal punto di vista della consapevolezza metalinguistica, cioè della consapevolezza dei significati storici che si sono accumulati nel corso del tempo. Può essere utile – nell’uso di certe parole riguardanti il lessico astratto, meno comune, – avere presente qual è la matrice latina. Tuttavia, si può ovviamente parlare e dominare un italiano perfetto anche ignorando la lingua latina. L’importanza del latino – per l’italiano di oggi – è legata non tanto alla lingua, quanto piuttosto al senso della continuità storica e culturale. E questo rende certamente fondamentale tutto il patrimonio della cultura latina classica.

Pensa che i social network possano influenzare l’evolversi della lingua? Se sì, come?

Tutte le manifestazioni di uso linguistico ovviamente possono influenzare la lingua comune. L’influenza più evidente dei social network è quella di ridurre la tradizionale distanza tra lingua scritta e lingua parlata. Lo statuto di quello che si chiama italiano diffuso via computer è ambiguo: si tratta di uno scritto estremamente vicino al parlato. Tutto questo non è negativo, soprattutto perché – storicamente – l’italiano si è presentato, per molto tempo nei secoli, come una lingua solo scritta; quindi il fatto che si diffonda uno scritto più o meno interferito dal parlato non è in sé un fatto negativo (lo scritto di registro alto, beninteso, non viene certo messo in crisi da manifestazioni del genere). In ogni modo – se questo era il senso riposto nella domanda – non ci sono rischi di chissà quale rivoluzione o crollo delle strutture linguistiche..

O, più che altro, di contaminazione?

Sì; ma le lingue vivono di contaminazione. Qualunque lingua che si evolve, si evolve perché cambia e quindi – se dobbiamo usare quest’espressione – si contamina. È proprio nella fisiologia delle lingue.

Secondo lei qual è il livello dell’alfabetizzazione oggi in Italia, soprattutto fra i giovani? E cosa si intende oggi per essere una persona alfabetizzata?

Dal punto di vista del mio bilancio personale di docente non posso dire di avere un’impressione negativa. Però – certo – è un bilancio particolare, legato ad una nicchia di studenti, oltretutto di una facoltà di Lettere. In generale, direi che per alfabetizzazione – oggi – si deve intendere la capacità di dominare un lessico abbastanza ampio, che – per capirci – è quello che si riconosce nel tradizionale articolo di fondo di un giornale. Allora bisogna chiedersi se – non solo i giovani ma, in generale, la popolazione avente un titolo di studio – è in grado di capire, non un impegnativo testo di filosofia o di scienza, ma un articolo di giornale in tutte quelle sue implicazioni che consistono nel dominare le parole meno comuni e nel cogliere l’eventuale ironia del giornalista, legata all’uso di una parola arcaica o letteraria. Questo è un gioco che lo scrivente o parlante colto fa abbastanza spesso: recuperare una parola della tradizione non usuale per dare a questa un senso ironico. L’alfabetizzazione, in accezione più larga, comprende anche questo. Insisto sull’esempio del giornale perché questa competenza deve esser misurata sulla base di un obiettivo tendenzialmente alla portata di tutti. Non sono molti quelli che leggono il giornale, ma questo è secondario, almeno da questo punto di vista; se non lo leggono perché preferiscono navigare in rete, è un conto; se non lo leggono perché non capiscono che cosa c’è scritto, vuol dire che siamo di fronte a dei veri e propri analfabeti, anche se sanno scrivere la propria firma.

A livello giovanile – soprattutto dopo il diploma – la conoscenza della lingua inglese diventa fondamentale sul piano lavorativo, tanto ché alcuni si disabituano alla loro lingua-madre, diventando quasi dei ‘nuovi analfabeti’. Che aiuto e che ruolo può svolgere, in questo caso, la lettura?

Naturalmente il problema era più forte quando avemmo, alla fine dell’Ottocento/inizio Novecento, le grandi ondate migratorie di persone di bassissimo livello culturale, analfabeti in senso letterale, che parlavano solo il dialetto e che, nell’arco di una o due generazioni, hanno perso il dialetto, assunto l’anglo-americano senza avere poi nessun contatto con l’italiano. Oggi chi va in America, per esempio, ha in genere un’alfabetizzazione alta. Quindi, la perdita dell’italiano è difficile che si abbia in termini effettivi. Si può avere, naturalmente, nel caso di una trasmissione a una generazione successiva. Facciamo l’esempio di una persona che vada negli Stati Uniti e si sposi con una partner inglese e non trasmetta l’italiano come seconda lingua alla prole. In tal caso si perderebbe. È più difficile, però, che si perda in chi è andato da adulto negli Stati Uniti. Quanto alla domanda specifica, la lettura è ovviamente – a livello colto – un tramite fondamentale per mantenere viva la lingua. “A livello colto”, però: cioè nel caso di una persona che abbia già una scolarizzazione superiore, compiuta, se non addirittura una laurea.

Rimanendo sullo stesso argomento, quanto può influire la lettura sulla scrittura? Diciamo che una persona può leggere libri per tutta la sua vita ma rimanere a un livello di scrittura medio basso.

Sì, questo è vero. Nel senso che la scrittura implica non solo la conoscenza delle strutture linguistiche, per cui la lettura è certamente molto importante, ma anche delle strategie espositive che si acquistano con l’esercizio, come qualunque altra capacità che esula dalla lingua madre, la quale rappresenta invece una dotazione spontanea. La scrittura non è affatto spontanea e va quindi appresa attraverso una precisa applicazione..

È anche talento, ovviamente.

La scrittura come scrittura artistica, letteraria ma anche come scrittura argomentativa alta, certamente, richiede un certo talento. Non è da tutti. La scrittura, invece, come capacità di gestione di un testo, ad esempio la scrittura di un verbale di condominio, per citare un’esperienza comune, quella dovrebbe essere una meta raggiungibile da tutti. Non è sempre così, anche se voi forse non avete esperienze di questo genere. Per scrivere a livello professionale – scrittore di opere letterarie o giornalista – serve un certo addestramento.

Cosa pensa lei dello studio dei dialetti a scuola?

Lo studio dei dialetti a scuola ha una ragione a favore e una – decisiva – contro. Il dialetto, anche se è in regresso secondo gli ultimissimi dati Istat, è ancora un patrimonio consistente in varie aree del paese, molto importante e degno di tutela. Tuttavia, quando si pensa di introdurre una materia a scuola, bisogna sempre pensare a cosa si toglie. La scuola ha un monte di 28/30 ore alla settimana, che potrebbe essere aumentato di qualche unità, ma che certo non potrebbe essere portato, poniamo a 40 o a 50. Se si dice “Inseriamo il dialetto!” bisogna anche chiedersi: “a danno di quale materia?” E mi sembra impossibile, non dico difficile, individuare una materia che possa essere sacrificata per inserire un dialetto. Semmai, sarebbe possibile, se ci fosse una richiesta dal territorio, favorire lo studio del dialetto come materia opzionale in orario extra-scolastico. C’è anche un’altra obiezione. Per introdurre una nuova materia ci vogliono gli insegnanti. Mentre possiamo formare insegnanti di italiano, di scienze, di inglese che provengono da qualunque parte del territorio, non possiamo far insegnare il dialetto calabrese a uno di Altamura o, tanto meno, di Sondrio. Insomma: oltre che discutibile nelle sue premesse teoriche, l’idea di introdurre il dialetto a scuola sarebbe ben difficilmente realizzabile dal punto di vista organizzativo.

L’introduzione della bestemmia nella lingua italiana: da dove deriva?

Non è recente, esiste da sempre. Il problema è la pubblicità della bestemmia a livello televisivo o, comunque, in un luogo pubblico. Come fenomeno esiste da sempre, appunto, ed è legato alla spinta che può avere un individuo ad esprimere la propria emotività e in particolare la sua irritazione, al massimo livello possibile. Colpire le divinità rappresenta proprio una reazione di questo tipo. Effettivamente, poi, questa bestemmia si è banalizzata e quindi in particolare i giovani usano certe formule blasfeme quasi senza accorgersene, come intercalari, senza rendersi conto del loro significato. In realtà per la bestemmia e per qualunque altra espressione conviene invece essere consapevoli di quello che significa, specie quando – caso tipico della bestemmia – può ferire, violare il diritto di chi ascolta a non sentirsi così offeso nei suoi sentimenti religiosi. Quindi c’è un’esigenza obiettiva che condanna la bestemmia anche indipendentemente dalla fede religiosa: il rispetto degli altri.

C’è stata qualche lingua antica dove si possano individuare delle prime forme di bestemmia?

Le testimonianze che abbiamo noi delle lingue antiche sono frammentarie e limitate a particolari tipologie testuali, quindi è difficile trovarne. Con una eccezione, però, relativa alle fasi più antiche dell’italiano, precisamente alle denunce penali relative all’ingiuria. Vi citerò non una bestemmia, ma un testo pratese del ‘200 nel quale un tale denuncia un altro che l’ha minacciato. E l’ha minacciato con una formula molto volgare che oggi ci fa sorridere: “Io ti mozzerò lo naso e ficcherottelo in culo”. Ecco, testimonianze di questo tipo le possiamo trovare in testi molto particolari, come le denunce penali.

Come giustifica la tendenza all’uso della bestemmia molto più al Nord che al Sud?

È un fatto puramente culturale. Legato anche, forse, al fatto che nel Mezzogiorno c’è una religiosità – almeno esterna – più forte. Dico almeno esterna perché poi la grande religiosità è piuttosto più settentrionale. Il numero dei sacerdoti di origine settentrionale, se vogliamo fare una verifica molto empirica, è maggiore anche in zone che hanno una forte tradizione laicistica come l’Emilia-Romagna. Il tabù a non mancare di rispetto al nome di Dio era dunque tradizionalmente più forte in certe zone, che corrispondevano peraltro alla gran parte d’Italia: almeno qualche decennio fa; ora la secolarizzazione si fa sentire anche in questo caso.

Lei è vicepresidente della Società Dante Alighieri, istituzione culturale che ha come scopo primo quello di diffondere la cultura e la lingua italiana. Precisamente, nella pratica e nell’organizzazione, in che direzioni vi state muovendo? Quali sono i progetti e gli obiettivi futuri?

La funzione storica della “Dante Alighieri” è quella di assicurare il collegamento fra l’Italia e il mondo: esiste una rete molto fitta di sedi della “Dante Alighieri” sparsa nel mondo in cui si studia l’italiano. Sono sedi autocefale, cioè organizzate in modo autonomo e con propri fondi (la D.A. ha un bilancio molto modesto). Le attività di insegnamento dell’italiano sono però monitorate dalla sede centrale, grazie al PLIDA (l’acronimo sta per “Progetto lingua italiana Dante Alighieri”). Questa funzione della Società è particolarmente importante nei luoghi in cui non ci sono, o quasi, altri centri dove si possa studiare l’italiano. La Mongolia, ad esempio. O, anche, nei luoghi in cui mancano gli Istituti italiani di cultura, cioè gli organismi promossi dal Ministero degli Esteri col proposito di diffondere l’italiano all’estero.
Per quanto riguarda il futuro, segnalo una serie di progetti in tema dantesco – che nei prossimi anni saranno sempre più intensi – di cui uno è stato già realizzato in gran parte: la ‘Maratona Infernale’, ideata dall’artista Lamberto Lambertini.

Da, per così dire, ‘veggente linguistico’, come vede la lingua italiana fra cento anni?

Difficile prevederlo. Mi limito solo a rispondere che la vedo esistente, ancora. Cosa ovvia, direte voi; ma ogni tanto si ha un atteggiamento catastrofistico al riguardo. Le lingue che possono correre il rischio di estinzione (al mondo esistono sei/settemila lingue circa) sono quelle che non arrivano nemmeno al milione di parlanti (quelle che superano questa soglia sono oggi all’incirca centocinquanta). L’italiano lo vedo cambiato ma – come si diceva prima – questo è proprio della fisiologia di ogni lingua. Questo è valso persino per il latino che è una lingua – come si dice, morta, morta tecnicamente, dato che non c’è una comunità parlante che la usi fin dalla nascita – quando si è trattato, negli anni Settanta, di adeguarlo a realtà linguistiche nuove. Facendo, ad esempio, traduzioni come jeans => bracae linteae caeruleae, cioè “calzoni di tela cerulei”. Ancora oggi nella Chiesa è la lingua ufficiale anche se poi, come dimostra anche l’attuale Papa, l’italiano funge da lingua veicolare. Persino il latino quindi, seppur con risultati che ci possono far sorridere, ha avuto la necessità di adeguarsi, figuriamoci una lingua parlata. È nell’ordine delle cose.

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