Intervista a Davide De Lucca

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1) Da dove nasce l’idea per “Le nebbie di Valville”?

“Le nebbie di Valville” nasce dall’esigenza di un cambio di registro rispetto alle cose scritte in precedenza. “Altri castighi” era interamente ambientato nel presente, ma in un’Italia parallela, ed era una critica sociale e politica, a tratti feroce e rabbiosa. “Cerchi nel tempo” invece si svolgeva in tre momenti differenti, connettendo i personaggi tra passato (anni ’60), futuro prossimo e presente; e nel presente comparivano di nuovo temi di precarietà lavorativa e sentimentale, di presa di responsabilità, di trentenni frustrati, raccontati con ironia e sarcasmo.

Sentivo quindi di aver bisogno di chiudere una fase e lavorare a qualcosa di nuovo. Amando la grande letteratura francese dell’Ottocento, ho voluto provare ad ambientare una storia nel passato, mantenendo la mia voce. Non volevo fosse un romanzo storico propriamente detto, ma un omaggio, su uno sfondo un po’ onirico e magico, nostalgico per un tempo ricco di contraddizioni e fascino. Si sono quindi sviluppati i personaggi e gli intrecci, quella che inizialmente era una prova si è ampliata, ed è forse il lavoro a cui sono più legato, ora, quello meno intimo, ma che ho provato più piacere a scrivere, a narrare.

2) Quanta influenza diretta ha l’immaginario cinematografico sulla tua scrittura?

Amo molto il cinema, quindi inevitabilmente influenza il mio modo di raccontare. Ho sempre amato la sceneggiatura e la scrittura di dialoghi asciutti e ironici, quindi cerco di riportare nei romanzi un certo gusto per le situazioni da commedia brillante o da sit-com, cosa che ho cercato di fare anche in questo contesto, alternando momenti comici ad altri più seri. Un po’ come calare Woody Allen in un romanzo di Stendhal.

3) Lo sviluppo di alcuni legami tra i personaggi per certi versi potrebbe ricordare “Le affinità elettive” di Goethe. Quanto è stato importante quest’aspetto per te nella costruzione narrativa?

Ho letto “Le affinità elettive” diversi anni fa, pur non essendo tra i riferimenti più immediati, certamente, come altre letture, è rimasto latente. C’è della chimica, però, non solo nell’amore di Demarat per la nebbia, ma anche nella citazione introduttiva di un principio scientifico (“Gli atomi isolati sono in genere instabili e tendono naturalmente a combinarsi per formare molecole e aggregati cristallini caratterizzati da maggiore stabilità”). Può sembrare inusuale aprire un romanzo in questo modo, ma è simbolico, come la nebbia, che spinge a dover aprire gli occhi, e credo che i personaggi non facciano altro che cercare la loro stabilità attraverso legami di diverso tipo, e quindi ecco che il romanzo non si discosta tanto dalle situazioni di precariato dei miei lavori precedenti.

4) Quanto è stato difficile rendere credibile e fluido questo continuo mescolamento di generi?

Credo sia venuto naturale mescolare i generi perché sostenere un’intera narrazione con i toni ironici delle prime pagine sarebbe stato difficile, quindi ho introdotto nuovi personaggi gradualmente e dato ad alcuni un’aura più introspettiva, ad altri più avventurosa, e credo che tutti siano accomunati da uno spirito romantico. L’amore compare declinato in modi diversi. Mi è piaciuto anche giocare a disattendere le aspettative del lettore, basandomi sul genere o sui ruoli solitamente prestabiliti. Ho cercato di raccontare le donne, ad esempio, in una maniera diversa. Ho voluto soffermarmi su dettagli a tratti cruenti che in genere vengono evitati e giocare a usare tecniche narrative a volte in modo pretestuoso (il finto manoscritto ritrovato, il racconto nel racconto).

5) Qual è secondo te lo stato di salute dell’editoria italiana ?

Io la vedo come una giungla, purtroppo, un mondo frustrante dove essere un autore vuole dire avere molta passione, pazienza e masochismo, ma dove si possono anche ottenere soddisfazioni. Si lavora per anni a qualcosa con la speranza di essere letti e ci si scontra, impreparati, con meccanismi commerciali e di marketing, che sono inevitabili. Si può decidere se farsi il sangue cattivo e additare le consorterie, oppure cercare di darsi da fare.

Non saprei dire se l’editoria è malata o sana, sicuramente è un universo difficile. Da un lato le librerie in Italia, a differenza di altri paesi, resistono, anche se a fatica; dall’altro ci si trova di fronte a un sistema con pochi grandi editori in cima che controllano il mercato, una cintura stretta intermedia, e sotto una letteratura sommersa e da scoprire. L’offerta è ampia e pertanto anche la qualità varia. Non scordiamo che c’è anche chi pubblica per narcisismo. È possibile pubblicare più facilmente, rispetto al passato, ma è difficile farsi leggere. A meno di non avere già un nome di richiamo. E qui bisognerebbe anche capire quale ruolo ha lo scrittore oggi.

6) In relazione alla domanda precedente, invece, qual è lo stato di salute dei lettori italiani?

I lettori in Italia ci sono. Il problema è che, se non si è Fabio Volo, vanno cercati quasi porta a porta. Io credo che un romanzo abbia una grossa responsabilità, che personalmente voglio onorare nel migliore dei modi, cercando di presentare un lavoro curato, che possa intrattenere in un modo originale e ricercato. Il lettore investe in un libro: denaro, ma soprattutto tempo libero. Quindi credo che la responsabilità di chi pubblica sia di dare qualcosa di onesto e al massimo delle proprie capacità. I lettori poi sono prima di tutto persone e, in quanto tali, hanno aspettative e gusti completamente differenti. Certo, in molti vengono guidati dagli opinion leader, ma ci sono anche quelli che vanno a cercare qualcosa di nuovo, che possa incuriosirli in maniera diversa e sanno apprezzare quando si trovano di fronte a un romanzo genuino e sentito, che non sia pianificato ai piani alti con le statistiche in mano. Nel mio caso è importante trovare degli spazi, sfruttare il passaparola, far sapere che il romanzo esiste e che può soddisfare i gusti di molti.

7) Questo romanzo secondo te potrebbe prestarsi ad un adattamento cinematografico?

Quando lavoro a un romanzo cerco di concentrarmi principalmente sulla parola scritta e quindi sullo specifico, voglio che sia legato alla pagina, alla carta. Amando molto il cinema, come detto, è inevitabile che ci siano delle influenze nel modo di raccontare, di svelare i personaggi e di strutturare il racconto con un certo dinamismo, quindi una sceneggiatura da qui è sicuramente ottenibile senza grandi sconvolgimenti. Sarebbe bello. Certamente un film risulterebbe se non altro diverso dal solito.

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