Fine della festa

Comments (0) Racconti, Sala Lettura

Ero lì a cercare l’ispirazione. In quel bar, quello dove andavo sempre. Come ogni stronzo amante di Bukowski e della beat generation cercavo la Musa nei luoghi malfamati e nell’alcol e nelle droghe e in tutto ciò che fosse autentico – reale e tangibile come lo sbratto dietro un cassonetto lurido – solo che di autentico non trovavo mai nulla. Quella volta ero arrivato alle dieci e avevo iniziato a ordinare long island, bevevo e ascoltavo il jazz in sottofondo. Muovevo la testa a tempo di musica aspettando che succedesse qualcosa, aspettando che arrivasse la Musa, ma la Musa non c’era e io ero sempre più sbronzo e muovevo la testa a tempo come un idiota e continuava a non succedere un maledetto nulla. Il cameriere – ragazzetto con i dilatatori e l’università da pagare – mi passava i bicchieri al bancone e mi guardava buttare giù l’alcol e contemplare inutilmente quel mondo di futili ciarle e musica da camera ch’era il bar, quel bar fiocamente illuminato dove andavo sempre e dov’ero andato anche quella volta sperando di capire, di rintracciarLa. C’era una fauna così disgustosamente adorabile in quel localino che mi veniva da vomitare, o forse erano i long island.

Le coppiette al tavolo ridevano allegre. Dov’erano gli ubriaconi? Dov’erano gli artisti, i poeti, i maledetti? Dov’era Chinaski, il vecchio e puzzolente saggio del bar, onnipresente parassita pronto a dispensare la sua meravigliosa saggezza sbronza? Dov’erano i barboni pieni di storie, gli spacciatori e i disperati? Dove cazzo siete, ragazzi?

Le adorabili coppiette continuavano a conversare allegramente e a ridere e a raccontarsi delle loro giornate. Una volta volevo farci un libro – pensate, addirittura un libro intero – con i discorsi rubati nei bar, e così mi sono messo per un certo periodo con l’orecchio appizzato a trascrivere i dialoghi della Gente e a succhiare la loro linfa vitale, i sussurri e i pettegolezzi, e anche al bagno, pensate.

Un fallimento totale. Non c’è una sola storia che puzzi di autentico o interessante o vero. Ho bruciato tutti i fogli che avevo scritto, poi David Foster Wallace – che Dio l’abbia in gloria – se n’è uscito col suo libro e ha fatto quello che volevo fare io, però meglio. Lui era un autore postmoderno ed era uno dei migliori che avevamo e per questo forse s’è impiccato.

Guardai l’orologio, era passata più di un’ora e non era successo un cazzo, Lei mi aveva dato buca.

-Scusa- mi fa il ragazzetto.

-Che c’è?-

-Ma tu sei un attore per caso?-

-Un attore? Ma dici a me?-

-Ma sì dai, hai capito, uno famoso-

-Uno famoso, non lo so, non direi-

-Dai, lo so che sei tu-

-Io sono un cliente, portami un altro long island

-Facciamoci un selfie

-Un selfie?-

-Una selfie, per farlo vedere agli amici-

-Potresti portarmi un altro di questi? Per favore?-

-Te lo offro io, ma prima facciamoci la foto-

E così mi feci una foto con il barista che mi aveva scambiato per chissà chi e che avrebbe mostrato in giro la mia faccia rossa, tutto trionfante, guardate chi è venuto al bar ieri da me, no dai chi è, è lui, proprio lui, no giura, ma gli hai chiesto un autografo, meglio. Ci siamo fatti un selfie.

Ero stufo, continuava a non succedere nulla, Lei mi aveva dato buca, tutti mi avevano dato buca. Il bar era pieno di gente così noiosa e io ero così sbronzo. Mi alzai barcollando dallo sgabello del bancone e lanciai il bicchiere di vetro contro il muro, crash. Una nota stonata in quel pacato jazz dei miei coglioni e chiacchiericcio di merda. Finalmente. Mi stravaccai al tavolo della coppietta. Erano orripilati, le ragazze disgustate cercavano di guardare altrove e gli uomini le abbracciavano virili.

-Che si dice ragazzi?-

Nessuno osò dire nulla. Niente, nessuna reazione, solo silenzio. Da bravi figli della medio-alta-bassa borghesia erano abituati a ignorare la gente disagiata. Barboni, zingari, tossici. Drogati e altra gentaglia. Il variegato popolo meticcio di quelli-più-sfortunati-di-noi-che-poverini-hanno-avuto-una-situazione-sfavorevole-ma-sono-comunque-persone. Magari lasciavano anche delle monetine allo storpio del semaforo, lasciavano che un poveraccio rumeno gli pulisse il vetro – pulito non mi pare cara, è più sozzo di prima -, si tiravano su il golfino di cashmere e ripartivano col verde. Accelerando.

Questo invece li spiazzava, un ubriaco in cerca di rogna non lo sapevano gestire.

-Come sta andando questo sabato sera del cazzo? Vi state divertendo? No, eh? Nemmeno io, ero qui ad aspettare un’amica e invece non è venuta. E voi che mi dite?-

-Per favore se ne vada-

-Non vi dà al cazzo questa musichetta di sottofondo? È troppo tranquilla secondo me-

-Cosa vuole da noi?-

-Capisco l’esigenza di mettere un tappeto musicale basso, per far parlare la gente e cose così, ma si potrebbe anche variare, no? Voi che dite? Lo finisci tutto quello?-

Svuotai il bicchiere preso dalle mani della ragazza e quella iniziò a piangere.

-Signore. La prego. Si allontani o chiamo la polizia-

Attaccai a ridere e mi lanciai alle spalle anche il secondo bicchiere. Il rumore del vetro sfasciato era meraviglioso. Un’esplosione di sublime cacofonia, e vetri da tutte le parti. Crash, le scheggie volano impazzite come soffioni nel vento. Il bar si svuotò, rimanevo io e i miei nuovi amici.

-Dovreste provare, è liberatorio- guardai negli occhi la seconda ragazza e le presi il bicchiere. Lo vuotai – Guarda, si fa così, hop! – e lanciai anche quello. I loro cocktail erano merdine alla frutta.
-Che ne dite, eh? Ce ne restiamo ancora un po’ qui a cazzeggiare e a bere poi scopatina in macchina e tutti a casa? Lo fate in due auto diverse o tutti insieme? Vi dispiace se mi aggrego? Che dici tesoro? Me la faresti una bella pompa se ti offrissi il prossimo giro? Eh?-

I due ragazzi mi guardavano ostili, dovevano difendere fica e territorio.

-Scommetto che l’hai data per molto meno-

-Signore le devo chiedere di uscire cortesemente, o sarò costretto a chiamare la polizia-

Sentivo la stretta decisa del pischelletto sulla spalla. Signore a me, ma che cazzo credeva di fare? Mi alzai e gli tirai una testata. Dritto sul setto nasale, il rumore fu fortissimo. Cascò fra sedie e tavoli. Giù a terra in un colpo. Il ragazzo del bar, quello con l’università da pagare e i dilatatori. Quegli orrendi dilatatori del cazzo che andavano di moda. Steso a terra con un rivoletto rosso in mezzo alla faccia. Svenuto? Svenuto signori. Quando mi girai per tornare al tavolo i ragazzi erano già sulla porta.

-Ma come, ve ne andate così!-

Ero solo nel bar. Ci andavo sempre, ma non mi era mai capitato di starci da solo. Mi muovevo arrancando – qualche volta cadevo, ché avevo un po’ bevuto – e zigzagavo fra i tavoli. Finivo i bicchieri pieni, ma erano pochi. Salatini ogni tanto. Si sentiva di nuovo il sottofondo jazz. Musica tranquilla, da camera. Andai verso il bancone, deciso a portarmi via qualche souvenir. Un tizio aprì all’improvviso la porta dietro al bancone. Uno parecchio incazzato.

-Che cazzo succede? Cos’è sto bordello? Uno non può manco farsi una pennica in pace, Cristo!-

-Eh- avevo raccattato una bottiglia piena non so dove, ma non riuscivo a leggere la scritta sull’etichetta.

-Cosa… dove sono tutti?-

-Tutti chi?-

-Come tutti chi, i clienti, la gente…-

-Ci sono io-

-E… il ragazzo che doveva fare il turno prima del mio?-

-Qui a terra-

-Perché a terra?- girò il bancone e venne a vedere dove gli indicavo.

-È svenuto- gli spiegai.

-Svenuto?-

-Svenuto-

-Che cazzo vuol dire che è svenuto?-

-Beh è crollato a terra-

-…E perché!?-

-Perché l’ho colpito-

-… L’hai colpito come?-

-Così- gli tirai una violentissima bottigliata sulla nuca e cascò per terra pure lui, addosso all’altro.

Il movimento mi attorcigliò testa e budella. Mi sedetti e poi sbrattai sul tavolo e il vomito era acido e sembrava un quadro astratto. Dopo – come sempre – mi sentivo molto meglio, più libero. Erano passate quasi due ore da che ero lì, Lei non si era presentata ma almeno mi ero sfogato. Mi chinai, e mentre sfilavo il telefono del barista giovane vedevo che quello apriva gli occhi. Gli tirai un altro cazzotto sul naso per rimetterlo a dormire, e un altro per sicurezza. Il telefono lo sfasciai contro il muro, ché ci avevo preso gusto. Raccolsi anche la bottiglia (non si era rotta). Ero ancora troppo sbronzo per riuscire a leggere l’etichetta ma non importava. Mi accesi una sigaretta e me ne andai a stanare la Musa da qualche altra parte.

di Michelangelo Franchini

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