Est modus in rebus

Comments (0) Racconti, Sala Lettura

Bussarono.
Marianna tese l’orecchio e si raggomitolò. La scrivania era enorme, scura, dal disegno classico: tre tavole giuntate – qua e là qualche scalfittura – e sopra un piano. Tra tavole e piano, nessuno spiraglio, quindi nessun verso di sbirciare.
Unico punto di fuga la parete opposta alla porta, su cui la luce limpida di maggio si divertiva a proiettare scarabocchi, ricami vaghi, che lei aveva giudicato comunque meno insensati di quelli contenuti negl’innumerevoli quadri che tappezzavano l’ufficio.
“Uh, Cornelia. Buongiorno”.
“Presidente Sbreghi”.
“Come va ? Dimmi pure”.
Sbreghi era sulla sessantina – capelli bianchi stirati all’indietro, stomaco a baule, occhi piccoli e frenetici a spasso su una faccia rossastra e larga – Della vecchia scuola – ammesso che questa etichetta significhi ancora qualcosa – aveva conservato quel tot di buone maniere e la compostezza intenzionale dei gesti, mentre dalla nuova aveva presto assimilato la certezza che ogni scrupolo fosse solo uno scoglio di troppo nel mare già abbastanza agitato degli affari. In più gli-piacevano-le-donne e al pari di chiunque della sua età (seppur con un paio di indiscutibili assi nella manica, visto il ruolo che ricopriva), puntava quelle giovani e in carne. 
Tipi sul genere di Marianna, per dire.
Quando trovava qualcuna che lo ispirava, Sbreghi si staccava l’auricolare che portava sempre all’orecchio destro, lo infilava nel taschino di una delle sue camicie con le iniziali e sgranava gli occhi, come volesse tirarsi fuori da tutto fino al punto di riuscire a concentrare le capacità residue dell’udito negli altri sensi.
A rigore, Marianna doveva piacergli parecchio, perché ogni volta che si faceva vedere – anche non annunciata – Sbreghi era già mondo della protesi acustica. Pareva fiutarla, insomma. E’ un fatto però che anche Cornelia gli piacesse. Fingeva di non farci caso ma non si perdeva mai un fotogramma di quel suo modo particolare di muoversi – una specie di ancheggiare morbido, trattenuto ma continuo, ipnotico, come l’aveva ribattezzato un tardo pomeriggio, alle ultime gocce del quinto o sesto caffè, quando poteva dirsi, con un’aliquota minima di presunzione, allo stesso tempo, fin troppo presente a se stesso e un tanto eccitato – o lo stacco delle gambe, che diventava perentorio quando a sorreggerlo c’erano tacchi di dieci centimetri e passa e seguirne il dinamismo significava perdersi nell’impossibilità di stabilire un confine preciso fra meccanica, anatomia ed estetica.
Forse Sbreghi fiutava anche lei e più in generale – per restare al personale femminile sottomano – Matilde, Lidia, Flora e, volendo, chissà quante altre, giù giù tra i rami impiegatizi su cui vegetano le scimmie salariate. Scimmie sveglie, per altri versi, come che sia accomunate dal medesimo denominatore comune: il terrore di marcire a vita dietro una scrivania di basso rango.
Gente non proprio uguale a Marianna, per i soliti mille motivi, ma neppure tanto diversa.
Magari il meccanismo è che oramai tutti-fiutano-tutti e Sbreghi, Marianna, Cornelia e le altre si sono solo specializzati in un particolare tipo di odore.
La specializzazione è fondamentale oggigiorno, si sa.
“Qualche novità sul progetto di riordino aziendale ?”.
Cornelia guardava un punto a casaccio dietro la grossa testa di Sbreghi, sul viso quella calma impenetrabile che nulla vieta di accostare ad una certa ottusità. Il completo giacca-pantalone grigio, i seminvisibili occhiali ellissoidali, il décolleté nero e più appuntito di una freccia, le davano inoltre un’aria a metà fra il membro di una delegazione diplomatica accreditata all’ONU e l’ufficiale del Servizio Informazioni di un’ipotetica polizia politica del futuro.
Bellissima, sottozero e fermamente maligna, cioè.
Il massimo per alcuni.
– Senti, senti – si disse Marianna, attenta a non fare una mossa, nonostante un principio di torcicollo, il grosso seno schiacciato sulle ginocchia e buona parte degli slip infilata nel sedere.
Di sicuro lei non era aggressiva come Cornelia. Un’avvenenza simile, probabilmente, ma più semplice nel vestire, meno pignola sui dettagli e più alla mano come persona.
A parte questo, col tempo almeno un paio di cose le si erano chiarite in testa, sfoltendo i dubbi: innanzitutto che quella sua calibrata remissività aveva fatto breccia nel contegno di Sbreghi, se non altro perché lo confermava e lo rassicurava nel suo ruolo di pezzo grosso. Secondariamente, che doveva darsi da fare, agire in fretta e bene, essere – alle strette – più spregiudicata e spietata delle altre o l’avrebbero fatta fuori e buonanotte. Sbreghi non era certo, per dire, il Presidente degli Stati Uniti ma era pur sempre un presidente e lei era cento volte più sottile di una delle tante cretine tipo Lewinsky che, gira gira, non aveva trovato di meglio che ricattare la sua potenziale gallina dalle uova d’oro, perdendo tutto.
Poteva, doveva giocarsela di fino e aveva mezzi e volontà per farlo.
“Niente di preciso ancora”, stava dicendo Sbreghi.
“Capito. I soliti tempi lunghi”.
Cornelia finse di aggiustarsi gli occhiali sul naso. La sua persistenza semi-ottusa non si attenuò. Anzi.
“Il vecchio metodo, direi. Coprire la puzza col profumo”, commentò Sbreghi, la mano sinistra a sfiorarsi l’inguine.
“Dalle indiscrezioni che erano girate la settimana scorsa, la cosa pareva essersi sbloccata”.
“Pareva”, precisò Sbreghi, sottolineando il tono paziente della sua voce. “Evidentemente non era così”.
“Volevo solo ricordarle che io sono aperta a qualunque soluzione”.
Le parole di Cornelia stagnarono un tanto nell’aria, insinuanti ma nette, oltre l’apparenza conciliante del loro timbro dolce. Parole di una che vuole qualcosa sapendo di poterla ottenere. Aperta e qualunque, poi, dilatate ad arte, sembrarono impiegare un tempo infinito a dissolversi.
– Troia. Troia maledetta – rimasticò Marianna, mentre Sbreghi stringendo le dita attorno all’inguine metteva insieme un formale lo terrò presente e Cornelia usciva a passi felpati dall’ufficio, malgrado la prepotenza acuminata dei suoi tacchi.
Calato il silenzio, Marianna ebbe un brivido e un soprassalto di nausea. Si strappò una pelle dal mignolo, risentì il falso sapore di pesca della merendina che aveva spizzicato a colazione. Poi fece un gran respiro e si strinse nelle spalle. Un dato restava acquisito: lei non sarebbe stata una di quelle che per quarant’anni avrebbe mosso il braccio sinistro per alzare il telefono e il destro per prendere appunti, facendo da terreno fertile alla prospettiva di ritrovarsi un giorno – una domenica, per esempio, magari proprio in primavera – in una pozza di lacrime davanti al lavandino della cucina con lo strofinaccio in mano a chiedersi cosa fosse andato storto.
Per questo, quando Sbreghi le trovò la nuca sotto la scrivania e ricominciò ad indirizzarla, non oppose nemmeno una resistenza simbolica. Lei conosceva il mondo reale, il succo della questione: sfruttare tutti i vantaggi.
– Sotto, allora – si spronò, gli occhi bene aperti, le dita già sulla lampo del Capo.

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