Edge of Tomorrow – Senza domani Recensione

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I paradossi temporali, per i nessi che stabiliscono con mondi paralleli e realtà alternative sono parte di una materia di cui il cinema di fantascienza si serve per raccontare le sue storie. Specialisti di genere e autori di calibro vi si sono cimentati, a volte sfruttandone la carica eversiva (Donnie Darko), altre, riducendoli a una funzione narrativa capace di innescare la componente avventurosa e actiondella trama; come capitava in “Source Code”, il bel film di Duncan Jones da cui “Edge of Tomorrow- Senza domani” sembra prendere spunto per raccontare di un invasione aliena, e del soldato, il tenente William Cage, chiamato a fermarla. Una missione impossibile per la capacità del nemico – i Mimics, nome che sembra pescato dall’esordio americano di Guillelmo del Toro – di ingaggiare gli avversari conoscendone in anticipo le mosse, e per la scarsa virilità di Cage, pubblicitario presta  alle vita militare per realizzare filmati di propaganda, e catapultato quasi per sbaglio sul campo di battaglia. Se non fosse che una volta ucciso, l’ufficiale invece di morire si risveglia esattamente al punto di partenza, pronto per rivivere la medesima esperienza. Una maledizione (una gabbia, tanto per parafrasare la traduzione italiana del cognome del protagonista) che si trasforma in risorsa grazie all’aiuto di Rita Vrataski, eroina della resistenza destinata a far da spalla al novello salvatore.
Abituato a districarsi con disfunzioni temporali di varia natura – in “Go-una notte da dimenticare” erano il mezzo per decostruire la trama alla maniera di “Pulp Fiction“, in “Jumper” le conseguenze di un potere sovrannaturale – Doug Liman aveva per le mani un’arma a doppio taglio. Perchè da un lato il fatto di poter cambiare il proprio destino, con quello che ne consegue in fatto di empatia e immaginazione, e’ un desiderio che appartiene alla coscienza collettiva. Dall’altro si trattava di organizzare un meccanismo narrativo costretto a rinnovarsi all’interno di un canovaccio risolto all’interno di due sole situazioni: quella relativa ai preparativi del combattimento, seguita senza soluzione di continuità da una resa dei conti definitiva e drammatica, Liman tiene alto il ritmo con un montaggio serrato, alternando panorami desolati e cruenti (visionario quello della spiaggia francese che sembra rievocare lo sbarco in Normandia anche in termini di perdite umane) a riprese più strette, che consentono di apprezzare la performance di un redivivo Tom Cruise, a cui qualche ruga in più non impedisce di rendere crediibile la metamorfosi del suo personaggio, dapprima spaventato e inetto, in seguito determinato e forte. Se a farla da padrone e’ il confronto tra la ferocia degli inquietanti alieni, e la multifunzionalità degli esoscheletri indossati dai soldati, il punto vincente è proprio il modo in cui viene sfruttato il rewind esistenziale. Le infinite varianti infatti, oltre a scandire la progressione del confronto, funzionano dal punto di vista della verosimiglianza, stabilendo una gerarchia tra vittime (gli umani)  e carnefici (i Mimic) in cui le posizioni di partenza vengono si invertite -come vogliono i codici di genere – ma solo dopo aver sottoposto lo spettatore a una serie di lutti che contribuiscono a rendere il senso di un impresa che cresce e prende corpo senza la meccanicità tipica di questi prodotti, e nel rispetto della fragilità umana. Da vedere.
(pubblicato su dreamingcinema.it)

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