Dove inizia un museo finisce la street art

Comments (0) Editoriali, Saggistica

É scoppiata di recente una polemica particolare che, per la prima volta in tanti anni, ha permesso che si venisse a creare un vero dibattito – quest’epoca si era disabituata alla presenza di due ideologie contrapposte – attorno ad una forma d’arte, o meglio la forma d’arte par excellence della nostra epoca, cioè la street art.

L’operazione – dietro la quale sembra esserci nientemeno che il magnifico rettore dell’Alma Mater Roversi Monaco – consiste nel recuperare, restaurare e portare in una grande mostra sotto la cura di Christian Omodeo e Luca Ciancabilla opere di grandi street artist italiani come Blu o Ericailcane, strappando gli affreschi (se incautamente si possono così definire le opere che nel gergo vengono semplicemente chiamate pezzi) dai muri con la cosiddetta tecnica dello strappo.

L’intento dei curatori e degli ideatori dell’operazione parrebbe quello storico e classico di conservare ed esporre i pezzi affinché visitatori, curiosi o turisti possano guardarli all’interno di un percorso museale e critico: notato dunque il dilagante successo in termini sociali, artistici, antropologici e filosofici di questa corrente artistica – forse la sola in grado di leggere, con lucidità ed un notevole palinsesto di simboli, il variegato ventennio che va dagli anni ’90 al primo decennio del nuovo secolo – per la prima volta il mondo istituzionale, che per manifesto e per presupposto ne veniva tirato fuori, interviene a difesa di un’opera originariamente nata per contestarlo.

Opere di street art e poli museali, assieme, paiono un abbinamento più che stravagante. La street art parrebbe perdere non solo la sua distintiva illegalità, ma anche la sua caratteristica peculiare: la distruzione dell’opera come processo finale dell’atto creativo. Per questo, naturalmente, tutti gli artisti hanno espresso il proprio sdegno verso questa forma di decontestualizzazione e depauperamento, manifestando il diritto di vedere compiuto il destino delle proprie composizioni, che fin dalle origini sparivano imbiancate da imprese di pulizia, venivano demolite assieme a ruderi e baracche, vandalizzate da slogan, svastiche, proclami, porno-messaggi o ragazzate, e compivano proprio in quel momento l’evoluzione definitiva, quella della testimonianza della città che sale di boccioniana memoria che, prima nella simbologia dell’opera poi – nei fatti – con la sua distruzione, si imponeva come un moloch fagocitante culture, ecosistemi, diversità e identità, innescando proprio per questo il processo artistico.

Se una volta era la città a distruggere l’opera, oggi è dunque lo stato a distruggere la corrente, cancellandone formalmente i presupposti: tutto ciò pare l’inizio di un tramonto spontaneo, necessario, storico e dialettico. Come l’opera meditava e desiderava di essere distrutta per essere portata a compimento, così la corrente stessa – nelle modalità con cui si è sviluppata fino ad ora – anela al suo harakiri: la fine della street art come l’abbiamo conosciuta – questione di pochi anni – è la fine di un’epoca, la fine di una sensibilità, di un palinsesto di dolori e questioni metafisiche, l’inizio di una nuova civiltà che porterà con sé un esercito di nuovi fantasmi.

Spinta dai mercati, metabolizzate le avanguardie, la nuova arte figurativa sembra già pronta a scrivere la storia dell’arte, proseguendo, nello stile degli antichi maestri, la grande opera di testimonianza delle società umane.

Nell’immagine la monumentale opera di Blu, in via Ciciliano, dipinge una civiltà al tramonto le cui materie piombano nel brodo primordiale da cui ha originato la vita.

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