Donne sull’orlo di una crisi di nervi: un elogio alla follia (d’amore).

Comments (1) I Cinemaniaci

Prendete una sera d’estate, calda e appiccicosa, aggiungetevi quattro-cinque donne di sana passione con sfumature diverse, scegliete accuratamente le più fresche congiunzioni del caso, dipingete lo sfondo di caldi colori che solo Madrid sa donare e irrorate con un ottimo gazpacho (senza sonniferi, questa volta). Ecco a voi i volti dell’amore: deformati, sfigurati, immobili e disarmati; ma anche sinceri, teneri e piccanti, crudi e ingenui. Un viaggio in retromarcia verso la pazzia e la sua cura: “Gli uomini: e che cosa c’è di più importante?”
Non è un immagine distorta della realtà, né la denigrazione dell’animo femminile stereotipato e romanzato, ma un’inquadratura dinamica e (il)lumin(ante)osa dei fili da cui siamo guidati/giostrati nella realtà, che ci rendono labili a compromessi, dubbie presenze, tendenze suicide e altre immoralità.

Almodovar stupisce con la sua infallibile tecnica di cucire così tanti mondi diversi in un’unica coperta sotto la quale metterci tutti, rincuorarci dal gelo delle proiezioni così da favola, ma così distanti: “Non c’è nulla tra me e lui, a parte il dolore” esclama Pepa, punto di congiunzione tra tutti i mondi sommersi di questo surrealismo vivente, geniale nei suoi monologhi e nella preparazione di quel gazpacho rosso-sole, “Ivan impazziva per come lo preparavo”. Ivan, il rampicante del cuore: la sua sola voce è capace di allitterare i nervi di tutte le donne nei suoi dintorni, includendo anche tormenti, fughe e pallottole. Otto gambe femminili incrociate impudicamente sul divano, frutto delle ramificazioni di un caso “cercato” e di vane attese/speranze.

“Yo confiaba ciegamente en la fiebre de tus besos: mentiste serenamente y el telón cayo por eso” (Io confidavo cecamente nella febbre dei tuoi baci: mentisti serenamente e il sipario scese per questo): confidare nelle proprie forze è tutto ciò che rimane, una manciata di sabbia tra le mani e una speranza mal riposta in un futuro che (non) ci svuoterà del seme della lucida e dorata follia.

Giochiamo d’azzardo, noi. Sempre a rincorrere il treno perso, a pregare miti e dèi vivi solo nel marmo delle statue, in ginocchio per elemosinare ancora torrenti in secca di scuse e promesse che, si sa, possono esser destinate ad offerte più succose e invitanti. Noi donne siamo clandestine: sempre in fuga, controvento, sempre via dal Tempo (McFatum per i Nabokoviani presenti) che continua a scivolare sulla retta mai inclinata. Dov’è la mia curva? Il mio smottamento – la densa sensazione di cadere bendati, nel vuoto? A volte, cerchiamo di provarla buttandoci tra le prime braccia spalancate – in attesa di altro.

Avvolte di velina nera sono le pene, deliri, dolori, strazi, nervi spezzati: lontana da me, lontana dal tuo cuore.

Ana – L’avevo avvertito: “Su quella moto non ci deve salire altro culo che il mio!”. Mi ha proprio scassato, sai. Devo trovarmi un buon lavoro, risparmiare i soldi e comprare la moto nuova… E poi, tanti saluti! Che ci faccio con un uomo quando avrò la moto?
Pepa – È più facile imparare la meccanica che la psicologia maschile: una moto puoi sempre arrivare a conoscerla a fondo, un uomo mai, mai e poi mai.

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