Director’s Cut – Quo Vado

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Il segreto di un candidato politico è di sembrare stupido come chi lo ascolta, così che gli ascoltatori si sentano intelligenti come lui. (Fred Barnes)

Quando Desdemona subiva una foto era impossibile non ridere, Desdemona aveva, oltre che la sua età, anche un tatuaggio sul gomito, una specie di ragnatela che doveva in ogni modo sbattere in faccia all’obiettivo, appena scoppiava il flash. L’ostentazione è una cosa molto umana, siamo chiari, ma in lei era meccanica, le prima volte, quando stava seduta, le riusciva anche di venire naturale in foto, con il gomito su un piano ed il palmo della mano a sostenere perpendicolare il mento, io l’ho sempre vista come posizione un po’ fallica, le seconde volte però non era più seduta, come le terze le quarte; senza perdere troppo tempo: immaginatevi di stare in piedi con qualcuno che vi fotografi frontalmente e con il bisogno, l’uopo, di dover sempre mostrare un tatuaggio sul gomito, insomma per quanto uno possa cambiar posa, e cambiarla all’infinito anche, quella sarà più o meno sempre la stessa, forzatamente bruttina. Io amo il forzatamente bruttino, mi scopo solo le forzatamente bruttine (per non sminuirmi, sono nato poliglotta e quindi all’occorrenza anche frocio, ogni scorcio e buio anfratto è per me motivo di sonda metafisica, al vano dell’umano esistere preferisco un altro vano ben più concreto), vedo nel bruttino, nella mediocrità ingenua a tavolino, quella che per me è l’essenza della vita, come mi sento calmo a guardar dall’alto, un Dio, tanto che spesso, mi sdoppio: divento, Sono, quello che fa sesso col bruttino ma anche quello che si guarda dall’alto, lo sperma e l’aria. Sono sempre stato uno di quelli con un’intelligenza sopra la media, che a scuola “se si impegnasse..”, generalmente disimpegnato, amo l’odore della benzina e un paio di droghe leggere. La sfida della mia vita è sempre stata quella di raggiungere un risultato di poco superiore a quello degli altri, però senza impegno. E c’è, nella natura di questa convinzione d’essere meglio degli altri, la misura del mio patriottismo. Pur avendocela sempre davanti la mediocrità è l’intercapedine, velo di maya o come volete, che ho sempre cercato nella mia vita, a mediocrità risponde identità, niente mediocrità niente identità. È semplice. Più che una donna da conquistare cerco un orale a buon mercato, senza implicazioni, voglio me stesso non gli altri, e mi ritrovo dove sento meno male: questo per me è il piacere.

Mi piace il giorno dei morti: vado al cimitero e mi sento qualcosa. (Altan)
Mi sono detto tra me e me (che tra l’altro ci sono pochissimi centimetri)… (I Soliti Ignoti)

Ora, è certamente scortese iniziare un discorso, una presenza, con una manchevole assenza, vi sto però parlando di Desdemona perché Desdemona era la mia ragazza, ed è morta, non vive più e non esiste, se esistesse non potrei certo parlarne in questa maniera e, debbo ammetterlo, mi manca. Da quando non c’è più mi sento piatto, orizzontale, non ho più nessuno a cui rinfacciare il solido pavimento su cui poggio i piedi, non è più dolce passeggiare la sera, e tuttavia marcio, come quando sazi, si mangia il dolce a fine cena, un po’ per gola un po’ per inerzia. Cammino e poi corro, perché senza il panorama uno si annoia, non si gode il contesto ma l’azione, non passeggia ma corre, trotta. Arrivati a questo punto devo scusarmi con il lettore, che è un po’ la mia Desdemona, “scusa lettore” quasi scordavo di doverti almeno una scena, non so, un inizio pratico, ho purtroppo il vizio di pensare esclusivamente alla mia persona, però senza malizia, non sarà colpa mia se ho la retorica che finisce in -évole. Io sono un artista, o meglio ne ho tutte le carte in regola, “la vita è una cosa che prendo, porto e spedisco”. Sono talmente artistico che faccio l’arte solo per farvi vedere che non si può fare, sono del resto così anarchico che, pur essendo socialista, sono comunque anarchico.

Ai tempi del fascismo non sapevo di vivere ai tempi del fascismo. (Hans Magnus Enzensberger)

“Spostate quei diecimila cavalli un pochino più a destra!” (David Wark Griffith, sul set del film – Nascita di una nazione)

La scena, è vero, vediamo.. un immagine, dunque, un immagine, scosso dal lutto di cui si è parlato finora, vado in un aeroporto per un viaggio, come si dice “per staccare”, anzi mi trovavo (che da quel po’ in più di imperfezione metafisica) in un aeroporto.. una volta mi piacevano gli aeroporti, come le stazioni dei treni, ora mi mettono uno strano familiare spaesamento, come una voglia sessuale che più di esplodere mira ad implodere. Per andare al terminal ti fanno passare dentro la boutique standard che dovreste avere tutti in mente (è una costrizione “bella e buona” ma non lo è in realtà, ci devi passare giusto se hai voglia, dopo il check-in, di prendere anche l’aereo, se hai voglia di strafare), quella tutta luminosa e bianca a mensole nere, che vende ogni genere di cose, alcolici, dolci, ascensori, stecche di sigarette, giochi per bambini, riviste eccetera, illuminata come si illuminano gli stadi, cioè coi fari invasivi, abbaglianti, puntati dritti sul prodotto. Anche il pavimento, che ci tiene a mantenere il suo personale e diversificato livello di coerenza, è di un falso marmo chiaro che alla luce si oppone a specchio, rispedendola monotona ad illuminare divina le pareti chiare, la boutique tutta, ed i suoi ripetuti spazi vuoti. Superati i negozi però è quasi peggio, l’occhio, che “vuole sempre la sua parte”, paga lo scacco e tutto è meno curato e luminoso. Ti viene quasi il dubbio che tutto il resto dell’aeroporto stia lì a posta per essere odiato: ci sono milioni di metri vuoti inutilizzati e tutti i posti a sedere sono ammassati vicino al gate. Dove si accumula la gente in attesa c’è un condizionatore solo, nei lunghi e grandi corridoi di passaggio, dove ci sono in mostra i negozi, ce ne sono dieci, inutili, uno dopo l’altro in serie, le sale fumatori ne sono piene (nelle sale fumatori tra l’altro potete trovare, in genere nere, le poltrone più comode di tutto l’aeroporto). Sono pieni anche i ristoranti, nonostante i prezzi e il cibo: in aereo si mangia male, la pressione appiattisce il gusto, così anche l’umidità, il rumore, l’altezza. Quella che il cibo buono è buono, mentre quello cattivo è cattivo, è una favola. Io camminavo tra i corridoi per sgranchirmi le gambe, per aspettare l’aereo e perché, questo è il vero motivo, i protagonisti delle storie fanno cose.

Mio nonno era un uomo molto insignificante. Al suo funerale il carro funebre seguiva le altre auto. (Woody Allen).

“I PASSEGGERI CON POSTO COMPRESO TRA IL 10A ED IL 99B SONO PREGATI DI RECARSI ALL’IMBARCO”.

Negli aeroporti nostrani queste accortezze ve le potete sognare, nei nostri conta la fila, la bravura nel farla, e nel saltarla. Non c’è dramma però, semmai un invito continuo alla sperimentazione, all’estro; questo genere di cose, per quanto abbia sempre viaggiato molto, non sono mai state un problema serio. Nei primi casi, più giovane (ma concetti temporali come giovinezza e vecchiaia non hanno in realtà grande conto per me) il mio era un estro pigro e orgoglioso, disprezzavo infatti, con un certo spirito elitario, il cumulo di gente che si affrettava a salire sull’aereo, che aspettava ore in fila per qualche strana angoscia, e rimanevo seduto comodo, certo del posto pagato che nessuno avrebbe potuto togliermi, quando non ci sarebbe stato più da attendere, tra gli ultimi, sarei salito; nei secondi casi, più vecchio, conobbi le Vip Lounge e le conseguenti, pur sempre estrose, disinteressate facilitazioni: l’agio mi metteva noia, ed imbarcare aveva perso ormai di ogni sentimentalismo (le Vip Lounge sono quelle salette d’attesa esclusive che trovate negli aereoporti, con i loro servizi fast food e fast drink e le loro musichette lounge).

Io credo che un artista non si debba mai prostituire se non per denaro. (Beppe Grillo)

Immagino di dovervi, o per lo meno di alleggerirvi dandovele, qualche nuova sulla mia persona, il mio lavoro ad esempio; mi state scoprendo, sono una persona ben educata. Sono uno storico e, come ogni storico, insegno all’università. Il mio rapporto con la storia è sempre stato però di tipo vago, ora che ci penso anche la storia è un po’ la mia Desdemona, vaghezza nella quale si covava non se bene che sentimento, di certo un sentimento, che però non dilagava mai, e non l’ha mai fatto. Non sono un represso, il contrario, la mia intelligenza, se mi concedete il termine, è sempre stata selvatica, attiva ma mai pratica, perché della praticità in vita non ha mai avuto il bisogno, piuttosto la noia era un bisogno, il più impellente, e dev’essere stata proprio questa noia a cambiare la forma del mio storicismo. Se prima della noia la storia era come la buona letteratura, da vedere come si vede il mondo, dopo la noia divenne mezzo, da vedere come si vede un programma televisivo, e non si può criticare un programma televisivo, o meglio, è impossibile criticare un mezzo, un mezzo ha già in sé un motivo per stare al mondo, gli basterà aggiungergli un pretesto, anche il più ingenuo e forzato, ed è fatto, legittimato. I pretesti che si vendono meglio, cioè che fanno più rumore, sono, ordine sparso: Amore, Libertà, Giustizia, Patria, Uguaglianza, Fraternità, Solidarietà, Sicurezza, Felicità, Pace eccetera. Come i frutti, o ancora, come i programmi televisivi, ognuno ha la sua stagione ed il suo format, e molti sono come le mele, le pere, le banane.

È assolutamente evidente che l’arte del cinema si ispira alla vita mentre la vita si ispira alla tv. (Woody Allen)

Mi scapperebbe di dire che l’uomo è un animale pretestuoso, che gli alibi migliori si chiamano mode e che Internet ne è la più grande esibizione: trovatemi un pretesto più solidale a quello di riunire tutta l’umanità, tutta l’umanità che può permetterselo. La rete mi fa paura, come una rete, ed immagino che volerne stare sopra sia stata sin dall’inizio una delle prerogative della mia esistenza, e anche delle vostre. Dicevo del mio storicismo paradossalmente dinamico, ecco, invecchiando si inizia a vedere il mondo con più esperienza, e con più esperienza il mondo diventa soltanto quel che si ripete e che è: i Romani sono esistiti perché lo ha voluto Dio (come i romanzi), la gente muore perché prima vive, ho pisciato perché prima ho bevuto, se bevo ancora, poi piscio. Certo la storia non può essere soltanto alibi, la storiografia deve essere attiva, e questo ha comportato in me lo sviluppo acuto (condonate un tale tipo di insubordinazione, sto bevendo e devo perciò leccarmi un secondo i baffi; protrarsi che, se fatto coi tempi giusti, mi rende poi doppio e confusamente nuovo il piacere di ribere) di un “determinismo particolare”. (È necessario qui fermarsi un attimo per un chiarimento al lettore scherzato, ché “determinismo particolare” non gli vuole dire niente: intendesi con “determinismo particolare” quella dottrina sociale a specchio, verrebbe da chiamarla circadiana, per cui il proto-realismo endogeno progredisce in foto-realismo esogeno, mi fermo a questo livello, comunque inverosimile, di immaginabile chiarezza.)

Da bambino ero in grado, bendato, di giocare quattro partite a scacchi contemporaneamente. Le perdevo tutte. (A. Drake e F. Marion)

“I PASSEGGERI CON POSTO COMPRESO TRA IL 100B E IL 149C SONO PREGATI DI RECARSI ALL’IMBARCO”

Tranquilli, ho tutto il tempo che voglio, ho accennato prima alle disinteressate facilitazioni che la mia condizione, cioè la mia ricchezza, comporta; è leggermente noioso attendere nelle Vip Lounge, paghi la pigrizia. Mi invidierete, io non ho mai avuto la grana del denaro, possedendolo senza compenso l’ho sempre subito, riconosco e ringrazio però, col petto all’in fuori, la nobiltà di sangue che me l’ha concesso, che me l’ha fatto subire nella maniera, tra le due, più conveniente e preferibilmente noiosa. La sostanziale differenza infatti tra chi il denaro lo ha e tra chi il denaro lo sfiora sta nella dinamica del pianto: quello di chi il denaro non lo ha è un pianto fisico e tormentato, necessario come è necessaria la fame, la lagna invece di chi il denaro lo tocca è verticale, necessaria come è necessaria la religione, bene d’altronde che bisogna prima di tutto potersi permettere, tanto è vero che solo una volta acquisito si ha il sacrosanto diritto di commiserarsene (non stupisce nessuno, le migliori filippiche sul fumo sono tutte di fumatori, o peggio ex). Bene, andando dietro il foto-realismo esogeno sopra citato, qui volevo andare a parare, pare evidente come sia l’uomo a cambiare il denaro, non viceversa, e costruendone un assioma: si possono vedere, col clamore dell’oggettività, due diversi modi con cui l’uomo vive il denaro, esistono dunque, indissolubilmente, due diversi tipi di uomini: gli atei e i religiosi.

“Gesù posso seguirti?”
“No sei troppo ricco.”
“Allora cosa debbo fare?”
“Dai tutte le tue sostanze a un povero.” “Ma allora quello diventa ricco e si danna!” “E a te che cazzo te ne frega?”

(Giuliano)
“I PASSEGGERI CON POSTO COMPRESO TRA IL 150C E IL 199D SONO PREGATI DI IMBARCARE”

Spero non vi stiate annoiando, potrei dire a mia discolpa che quello del narratore non sarebbe proprio il mio compito.. non sono abituato, io sono uno storico e insegno all’università. Perché ho deciso d’essere uno storico? Primo per interesse, poi per necessità: come capisce l’uomo la storia, nessuno. Mi vergogno un poco di dirlo, ma la storia mi ha sempre fatto sesso, proprio sesso, cristo santo come me lo fa venire duro, è il potere del distacco tra me e la storia a farmelo venire duro, ma anche a farvelo, tranquilli. Il mondo è vario perché l’uomo è sempre uguale.

Sì, è vero. Dopo l’incidente avevo perso la sensibilità alla gamba. Ma sai che figata quando mi facevo la ceretta? (Carla La Sorte)

La storia pende, volevo prima pendere con lei, poi farla pendere, volevo seguirla ma anche farla, come un padre che ha da imparare da suo figlio, ma sente di farlo fino ad un certa soglia di accettabilità, un padre è un padre e deve seguire certi codici. Deve mettere il cibo in tavola, un figlio deve mangiarlo, al massimo lamentarsene. Un padre deve essere riservato, le acrobazie da salvatore della patria (quelle forzatamente bruttine) le lascia al figlio, un padre non si vede, lascia vedere il figlio. Un padre va impressionato, questo lo fa felice, però a guardarlo non gli interessa, un padre fa quello che vuole, gli basta la volontà e la coscienza storica, un figlio si adegua con la sua volontà e la sua coscienza storica (quelle che gli capitano). Un padre e un figlio nascondono per forza una madre, in genere spirito, amen.

Era un bambino presuntuoso e saccente. Quando la maestra di prima elementare gli chiese “Ma tu credi in Dio?”, lui rispose “Be’, credere è una parola grossa. Diciamo che lo stimo.” (Walter Fontana)

Lo avrete capito, in ogni caso ve lo sto dicendo: sono una persona sconclusionata, vado per salti. Sono di quelli che lasciano lo scolo della bottiglia per iniziarne un’altra, a ripetizione. La vita è preambolo, preambolo votato al citazionismo, citazionismo artistico, appropriation art, il rifiuto (la stanchezza nuova) dell’arte concettuale. Sono talmente sconclusionato che, terminato quel lungo excursus che mi causò, uscito dal cazzo di mio padre, un fecondo, seppure acido, intimo ed errabondo vagare.. sono talmente sconclusionato e citazionista che, uscito dalla pancia di mia madre, il medico definì la mia nascita, creandosi un certo qual astio nella sala parto, pretestuosa. Ogni buon medico, da lì in poi, confermò la diagnosi. Ad ogni modo, il piglio diacronico è da vecchi, quello anacronico mi piace di più, si fa prima, diritti d’autore a parte. Sento di dover molto al realismo, anche all’espressionismo, al dadaismo, al surrealismo, all’impressionismo, a tutte quelle correnti un po’ così, al classicismo, potrei continuare… diciamo per sbrigarmi che mi è tanto piaciuta la nuova oggettività tedesca post grande guerra, ma ancora di più il realismo magico e il verismo fotografico, sempre post grande guerra. Ho detto della mia vocazione al citazionismo, ecco, ve ne sarete anche qui accorti, questa vocazione si risolve col “mappazzone”, non per incuranza, non ve ne crucciate troppo, un po’ è anche fortuna. Il citazionismo è d’altronde vocazione storiografica progressista, necessaria e incriticabile come un format televisivo: badate bene, faccio arte mica scienza.

“Baci da Dio!”
“Be’ sì… Lui ha preso tante cose da me!”

(Woody Allen)

Vi ho detto d’essere uno storico, un artista, un Dio, un bambino selvatico che sale sulle spalle degli altri, che agisce con la libertà della volontà, volontà necessaria e incriticabile, più prima che dopo, come quella di un padre prodigo verso il figliol prodigo (prodigo: che dona o spende con eccessiva facilità. Il dizionario neanche lo riporto). La conoscete la parabola no? Dio preferisce i peccatori pentiti ai non peccatori, non serve neanche che si pentano fino in fondo, Dio gli corre incontro lo stesso, gli si getta al collo e li bacia. Il figlio perso, quello che salta dalla vita alla morte, poi dalla morte alla vita, è più incline alla misericordia.. lo sapete cos’è il desiderio? Le mie promesse sono concrete.. la pretestuosità umana è anche oggettivamente esigente, farcire con contegno sociale questa esigenza, selezionando e pilotando, è un dovere… il destino è esigenza, gira tutto attorno al salto tra vita e morte, intercapedine gravitazionale tra vita e morte una promessa di realtà, la salvezza, progrediscono i due ladroni e il salvatore in mezzo… noi uomini siamo così buoni dentro che questa bontà vana, per vivere in equilibrio e lieta come un graal, deve necessariamente scontrarsi con la più totalmente neutra insensibilità esterna, insensibilità che ad ogni bisogno può essere chiamata, con ragione e comodità intangibili, consequenziale e apparente… il voto di castità ex novo degli uomini vive di costante imenoplastica; ogni voto. Je suis un esthète, ed ora che se ne è andata Desdemona quel che temo oltre ogni cosa è me stesso, era la mia donna, la mia Eva, la mia mela, sono nervoso, voglio fluttuare. Signori miei, io non esisto, volo a vela, sono voi, le vostre tendenze, i vostri bisogni nuovi. Vi faccio sognare, ingenuo, il giusto.

Non vende sogni, ma solide realtà. (Immobildream)

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