Cinema e media: “Perché i film sono così brutti?”

Comments (1) Bande à Part, Editoriali

“La spazzatura ci ha procurato fame dell’arte”

(Pauline Kael)

Per comprendere a pieno non tanto i difetti reali e chiaramente di giudizio soggettivo – che anche da presuntuosi, necessariamente, definiremmo umani punti di partenza – quanto piuttosto le malattie responsabili del circuito morte-genera-morte che fanno della Settima Arte una donna dall’identità storicamente fatiscente e confusionaria, bisognerebbe scardinare uno per uno i numerosi paletti che incidono e fanno da raccordo al sistema che include la genesi, la strategia e soprattutto la diffusione di un film. Facendo un giro largo ma che sottintende una delle tante diramazioni che il cinema ha preso e voluto/dovuto prendere, potremmo partire dalla nascita della televisione che, se in un primo momento lo ha messo in crisi grazie alla potenza sedante della sua mediocrità incamerando uno strato di pubblico abbondante, in un secondo momento ha stretto con esso sodalizi industriali ed artistici ingerendo parti decisive della sua materia, incorporandole nei propri intenti (da qui nasceranno le fiction e gli sceneggiati televisivi, i film per la televisione, le soap opera, le telenovele e via discorrendo) e sostenendolo attraverso prostituzioni economiche quali campagne pubblicitarie, piattaforme a pagamento e divisioni secondo palinsesti programmati. Quello stesso pubblico poi, nel tempo e con l’ascesa della cultura di massa e l’avanzare del progresso tecnologico, si andava trasformando sempre di più in quell’entità-fantasma che oggi popola in larga parte le sale cinematografiche, gremite soprattutto quando il gioco del guadagno è preceduto da schemi ben definiti che ne assicurano la riuscita dei movimenti. Da medium a medium, da industria ad industria, le spirali di denaro entro cui vivono le golosissime e famigerate logiche di produzione hanno portato a una conseguenza di non ritorno che oltre a costituire un diktat dalle fattezze terribili rappresenta anche una sintesi di fattura secolare: la quantità a prescindere dalla qualità. Tale direzione ha battuto la strada allo sfaldamento del cinema come arte, alle cine-politiche di populismo che determinano il successo di un prodotto nella misura dei loro possibili interessi, alla crescita della “domanda” e non delle “domande” che vengono occluse dalla banalizzazione degli argomenti e dei corrispettivi suscitamenti, alla modellazione dei gusti e delle menti rimbambite dai continui rumori di sottofondo di una società che velocizza la comunicazione tanto da illuderla ed incastrarla in un eterno freno a mano tirato, fino a renderla dipendente da suoni che soddisfano il bisogno ma non appagano il desiderio. E qui di nuovo la televisione, capace per anni di «fabbricare l’oblio» e di coltivare [saziare?] lo stomaco e gli occhi dei più con impacchettamenti culturali che se da un lato ammazzavano il tempo dall’altro addormentavano la coscienza critica. Cambiamenti per cambiamenti, somma dopo somma di ogni evoluzione lucro-sociale, si è arrivati all’addestramento intellettuale di un pubblico che di fronte alla trasposizione cinematografica finisce per diventare esso stesso un prodotto (del prodotto), (de)formando le proprie esigenze di natura misteriose con facili interpretazioni di significati piatti e dozzinali. Col rischio, evidente e già perlustrabile, di plasmare sempre più una massa pecoraia in preda alle fermentazioni materiali e virtuali del momento, pronta a fraintenderne la funzione stessa; o di incitare, nota non peggiore, una varietà distratta di cervelli, incapaci di coglierne le sfumature più profonde, ad adorare inconsapevolmente quelle pratiche di omologazione che vanno a rendere appetibile una confezione più superficiale. Accanto alle regole del mercato si sono poi rafforzati tutti quegli apparati controllati e strumenti multimediali che hanno allargato e al contempo accorciato i complicati percorsi che seguono e raggiungono l’informazione, le sue vane aperture verso le rigidità dei propri comodi, le sue costruzioni di false meritocrazie e minimi termini spacciati per legittimi successi. Così fino ad entrare in un girotondo infinito dove nel campo della critica chi dovrebbe tacere analizza film di cui deve per forza parlare, dove le pellicole distribuite sono in larga parte quelle che devono per forza essere distribuite, lasciando magari da parte sperimentalismi validi, progetti di nicchia o capolavori considerati immorali/poco manieristici, e dove soprattutto molti produttori producono nella loro veste di imprenditori poco attratti da una nuova elite quanto piuttosto dal potere facile della pecunia (dal lat. pecunia-ae: “denaro”). “Perché i film sono così brutti?” – provocava nel 1980 un articolo di Pauline Kael, anticipando un fenomeno che il postmodernismo avrebbe solo caricato e che negli anni seguenti sarebbe esploso in un mare magnum di numeri e colpi sparati nell’aria. Dopotutto, lo si è ripetuto più volte, la resilienza atipica del cinema di fronte alle trasformazioni del mondo – marcata anche dalla definizione di “occhio del Novecento” e di “arte pacchiana e corrotta” – la si deve soprattutto alla sua capacità innata di registrare ed assorbire tutti i codici e le contraddizioni nel loro essere e divenire, accettando quindi di funzionare da macchina esclusiva in grado di interpretare ed adeguarsi alle ambivalenze dell’uomo nel progresso  e, proprio come lui, di generare rifiuti e non solo bellezza.

One Response to Cinema e media: “Perché i film sono così brutti?”

  1. Giuvafilm scrive:

    Questo è il caos….. dal caos può fuoriuscire la bellezza dell’arte come la bruttezza dell’immondizia, ma il caos in sé non può mai essere arte e la infinita libertà espressiva concessa dal digitale non può portare ad una codifica, limitata e non infinita, ma solo al caos.

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