Carol

Comments (0) Critica, I Cinemaniaci

Sulla carta e subito prima di diventare un film la storia d’amore raccontata da “Carol” rientra in quello spazio di eccentricità artistica che nel cinema indipendente è diventata norma. Assurto all’attenzione del grande pubblico grazie alla presenza carismatica di Cate Blanchett che da sola garantisce la qualità della sua confezione, “Carol” è a tutti gli effetti il risultato di un cinema d’autore radicale e privo di scorciatoie. Di quelli che a prima vista sono destinati a spaventare il pubblico generalista per la tendenza a riflettere sulla materia raccontata.

Un processo di astrazione che Todd Haynes sublima nella funzione stessa dei personaggi che soprattutto per quanto riguarda Therese, la commessa di un grande magazzino della Manhattan degli anni ’50 che si innamora ricambiata di una donna dell’alta borghesia newyorkese alle prese con un matrimonio già finito, gli permette di filmare la storia con una prospettiva temporale differita rispetto a ciò che sta guardando lo spettatore. Haynes infatti per ricostruire i fatti che precedono la catarsi finale utilizza i ricordi della ragazza con un’urgenza che corrisponde più alla necessità di prendere una distanza dai fatti tale da consentire al film di raggelarne il pathos che da una coerenza di ordine estetico, di fatto tradita dalla sceneggiatura quando di Carol vengono raccontate circostanze a cui Therese non ha partecipato e che quindi lei non può raccontare.

Ecco allora che insieme alla dialettica dei sentimenti, tratteggiata dall’eccellente alchimia tra le due attrici, se ne sviluppa un’altra sotterranea ma altrettanto evidente che riguarda più propriamente il rapporto tra i personaggi e la comunità del proprio tempo (Vittoriana e bigotta), e ci sentiamo di dire tra Haynes e la società contemporanea, riflessa per esempio nelle sequenze iniziali che in diversa misura mettono le due donne in relazione alle rispettivi condizionamenti sociali (militareschi e gerarchizzati quelli che riguardano Therese e il suo posto di lavoro, rigidi e conformisti quelli della mondanità frequentata di Carol) e a una forma di disciplinamento che le separa da tutto il resto. Come vediamo in maniera esemplare nell’inserto che fa da preludio all’atto conclusivo in cui la mdp ci mostra Therese incorniciata all’interno di un architettura che la circoscrive e la separa dalle persone che come lei stanno partecipando al party serale.

Come già aveva fatto in altri lavori Haynes mette al centro del suo film personaggi che lottano per affermare se stessi e la propria identità. E ancora una volta si rivolge al passato e alla ricostruzione di costume per parafrasare verità che appartengono al tempo presente. Nel caso specifico “Carol” segna il trionfo di Cate Blanchett e Rooney Mara che, costrette a rivestire di galateo e buone maniere le passioni dei loro personaggi, riescono a farle trasparire nei non detti dei loro volti impazienti. Da non perdere.

Carlo Cerofolini 

Appunti di regia 

Nell’evidente difficoltà di proporre un melodramma classico sul panorama del cinema contemporaneo, il lavoro che Haynes ha fatto in “Carol” è stato minuzioso in tutte le fasi della messinscena. A partire dalla ricostruzione scenografica – da notare sia gli esterni ricreati in digitale che gli interni curati in ogni dettaglio  – a quella  dei costumi – Haynes ha fatto sì, ad esempio, che il personaggio interpretato da Cate Blanchett fosse ispirato, sia nel vestire che in alcune peculiarità che caratterizzano il personaggio, a Vittoria de “L’eclisse” di Antonioni – si crea in chi guarda un processo di immedesimazione per cui la credibilità con cui gli anni ’50 vengono riproposti fanno aumentare l’attrito con la storia d’amore tra due donne.

Mentre a sostenere il discorso che facevamo circa il reparto scenografia e costumi interviene anche l’accurata scelta dei brani inseriti nella colonna sonora – tra i tanti citiamo “Easy living”  di Billie Holiday e Teddy Wilson – sul piano visivo Haynes lavora mantenendo uno stile di ripresa classico che comprende l’uso di gru, movimenti di steadycam, inquadrature fisse – quest’ultime spesso utilizzate per i controcampi di quinta nei quali la profondità di campo viene sublimata dalla presenza di comparse e/o oggetti posti sull’asse –  facendo un’eccezione per il primo viaggio in macchina delle due, dove i dettagli di occhi e bocche vengono riprese con la camera a mano che spezza col resto aiutata anche dalla fotografia, che se in quel frangente è volutamente eccessiva, durante il resto del racconto combacia perfettamente con gli intenti del regista – di non poco conto la scelta della pellicola come strumento narrativo –. Ancora, ed è uno dei particolari che caratterizza la pellicola, da notare l’uso quasi ossessivo che Haynes fa dell’immagine speculare e dell’elemento vitreo inserito come una sorta di quinta parete –  i personaggi vengono spesso inquadrati dal di fuori dell’abitacolo quando sono in macchina (quindi filtrati dal finestrino), dietro le vetrine dei negozi, quando sono all’interno di una cabina telefonica –. Non si può non far cenno, infine, al lavoro fatto sulla direzione degli attori, dove la supremazia tecnica della Blanchett (come detto sopra ispirato a Monica Vitti) viene arginata – anzi, ad avviso di chi scrive, superata – dalla naturalezza con la quale Rooney Mara coglie ogni sfumatura non solo del proprio personaggio ma anche di chi le sta affianco sulla scena, rendendo l’interscambio attoriale una colonna portante del film: la scelta dei rispettivi (meravigliosi) sguardi in macchina delle due protagoniste, sul finale, fa crollare tutto ciò che era stato mostrato, quinta parete compresa.

Antonio Romagnoli 

(http://icinemaniaci.blogspot.it/)

 

 

 

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