12 anni schiavo: pro e contro

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PRO di Carlo Cerofolini

 

La storia di una nazione è composta da passaggi epocali e da momenti fondativi che ne determinano la fisionomia culturale, politica e sociale. Tra questi la questione razziale, seppur formalmente superata da leggi e stili di vita ormai consolidati, rappresenta per gli Stati Uniti d’America un caso ancora aperto nel processo di normalizzazione del paese. Una ferità che continua a sanguinare, e su cui il cinema americano oggi torna ad insistere, mettendo insieme a breve distanza di tempo “12 anni schiavo” di Steve McQueen, appena uscito nelle sale, e “Fruitvale Station” prossimamente sugli schermi. Differenti per possibilità produttive, stili di regia e collocamento temporale, i due film si sovrappongono alla perfezione nel loro epilogo, affermando la volontà di un sistema che sia nel caso di Solomon Northrup, il protagonista del film di McQueen, segregato ingiustamente pur essendo un uomo libero, che in quello di Oscar Grant, ucciso dalla polizia senza apparente motivo, ha lasciato inpuniti gli autori del misfatto. Del film di Ryan Coogler ci sarà tempo per parlare, ma quello che in questo spazio si voleva evidenziare è l’estrema attualità di “12 anni schiavo”, lungometraggio che utilizza la Storia (l’azione della vicenda si svolge nell’America schiavista del 1841) per parlare del presente.

Tratto da una storia vera, raccontata dallo stesso Northrup nell’omonima autobriografia, “12 anni schiavo”, questo è bene dirlo, è l’opera di un regista abituato a lavorare in una dimensione artistica lontana dai clichè hollywoodiani. La scommessa in questo caso era quella di vedere in che modo lo sguardo di McQueen si sarebbe adattato agli standard imposti dall’industria americana. In questo senso “12 anni schiavo” nello suo sviluppo narrativo non si discosta dagli altri film del filone. Nei 134 minuti di durata del film, assistiamo perlappunto ad un’odissea coinvolgente e drammatica, che attraverso il calvario di un figura cristologica denuncia le angherie e la crudeltà degli oppressori. Un ortodossia leggittimata dalla pioggia di nomination tributate dai membri dell’Academy, che però non impedisce al regista di lasciare la sua firma tanto nei contenuti quanto nella messinscena. Nel primo caso McQueen toglie al film una buona dose di pietismo, affermando un punto di vista, quello di Northrup, che prescinde dalla coscienza di classe e dalla condivisione di un destino comune a cui solitamente Hollywood si aggrappa per commuovere lo spettatore. Una dimensione che si irradia sul paesaggio, e che la scena dell’impiccagione mancata afferma attraverso l’indifferenza del contesto in cui la stessa si svolge. Un atteggiamento che “12 anni schiavo” in parte si rimangia nella sua parte conclusiva, quella che a partire dall’entrata in scena di Brad Pitt con il suo sermone antirazzista,  riporta il film nell’alveo di una convenzionalità più marcata. Del secondo invece basterebbe la sovrapposizione tra i fotogrammi della messa celebrata dal Padrone, con il sonoro proveniente dalla scena precendente che fa sentire il grido di sofferenza dei suoi sottoposti. Sintesi perfetta della coscienza di una Nazione fondata sul diabolico patto tra religione e capitalismo, già trattato ne “Il petroliere” di Paul Thomas Anderson, che in questo caso Steve McQueen suggella, splendidamente, in una sequenza esemplare ed unica. La perfezione, o quasi.
(pubblicata su dreamingcinema.it)
 Carlo Cerofolini
CONTRO di Antonio Romagnoli
Steve McQueen è ormai uno dei cineasti più acclamati al mondo (lui stesso afferma di essere il miglior artista vivente) e prova a riconfermarsi dopo aver firmato 2 capolavori; infatti prima Hunger (2008) e poi Shame (2011) avevano messo in rilievo l’attenzione del regista per i corpi e la loro dissoluzione, materiale e non, con uno stilema innovativo e particolarissimo. Il suo terzo lungometraggio, tratto da una storia vera, racconta di Solomon, uomo di colore libero che vive a New York con la sua famiglia, reso schiavo per 12 anni con l’inganno da due uomini bianchi che millantavano una collaborazione artistica.
L’espediente estetico di McQueen è assolutamente riconoscibile ed unico già dai primi minuti, dove le inquadrature sembrano accesi dipinti impressionisti in opposizione all’oppressione umana che si consuma, nella quale Solomon prova ad emergere con intelligenza e dignità, restando comunque in un limbo infinito metafora della speranza perduta. Tra le sequenze più belle della pellicola vediamo il protagonista appeso per punizione ad un cappio per un giorno intero, cercando nella fanghiglia  un appiglio più solido dove poggiare i piedi, contorcendosi in un balletto angosciante. La vicenda si avvia ad un finale frettoloso, dove un canadese travestito da Brad Pitt nel ruolo di Deus ex machina deciderà di aiutare e salvare Solomon, non prima di aver avuto col possidente un dialogo verboso e ridondante sulla giustizia in relazione allo schiavismo, cosa che fa scendere il film parecchio di livello.
E’ inoltre recentemente venuta alla luce una piccola perla del cinema indipendente, Fruitvale station, opera d’esordio di Ryan Coogler, con la quale è impossibile far venire meno il parallelismo col film di Mcqueen. Seppur non si ha di fronte un’opera in costume articolata in quella precisa realtà storica, il film fa emergere la problematica “blackness” in un’America si lontana dall’epoca dello schiavismo ma ancora lontana dal lasciarsi alle spalle certe dinamiche mentali e sociali; al contrario dell’acclamato regista inglese, Coogler si muove perfettamente in bilico sulla lama affilata che separa documentario e fiction, costruendo il climax finale (nonostante il finale fosse già svelato all’inizio) facendo sbocciare nello spettatore il ripudio dell’ingiustizia assurda appena consumatasi. Nonostante anche qui si tratti di eventi realmente accaduti, si giunge ad una commozione sincera e rabbiosa, cosa che, come già accennato, nel film del regista inglese risulta programmatica e fasulla.
Le aspettative per 12 years a slave erano alte, ma già la candidatura all’oscar per un film di McQueen risultava evento anomalo. Ed in effetti l’argomento e lo svolgimento si precludono in un prodotto pre-confezionato che non dice niente di nuovo. Qualcuno ha osato dire (per spianare l’aurea strada dell’Accademy) “Se Django ha aperto la porta, 12 years a slave l’ha spalancata”; in realtà siamo lontani anni luce dal capolavoro di Tarantino, che dopo una serie di lavori sull’argomento (ricordiamo i pessimi Lincoln e The Butler) risulta essere l’unico esperimento pienamente riuscito sull’argomento (escludendo il sopra citato e caldamente consigliato “Fruitvale station”, che differisce nell’ambientazione storica). In attesa del probabile Oscar come miglior film, speriamo che il regista inglese abbandoni queste dinamiche e torni presto sul grande schermo per regalarci capolavori come Shame.
Antonio Romagnoli
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